Rebecca Boi racconta il rapporto tra emancipazione femminile e fashion design: Elsa Schiaparelli. La scuola al tempo del Coronavirus #1

Perché ho scelto di puntare i riflettori proprio sulla stilista Elsa Schiaparelli? La Schiaparelli, Schiap, come amava lei stessa definirsi, ci è più vicina di quanto pensiamo. Il suo corpo, in carne ed ossa, non lo vediamo, ma il pensiero si, lo sentiamo, è nostro, perciò lei è qui, vicino a noi. Ma come mai? Innanzitutto per le sue idee completamente fuori dal comune, quel pensiero che le ha permesso di rompere gli schemi di una società, che, nei ruggenti anni Venti, era ancora, come si può facilmente dedurre, in balìa di una tradizione troppo stretta per qualsiasi forma artistica. Il coraggio che Elsa ha dimostrato nello sconvolgere, nel ribellarsi a queste regole brutalmente imposte, è quello stesso coraggio che le donne di oggi mettono in moto per far vincere l’arte, la cultura e ogni forma espressiva che favorisca il progresso: l’uguaglianza e la libertà di tutti. Quindi non solo Elsa Schiaparelli ha gettato le basi per una moda libera da ogni regola, ma, silenziosamente e profondamente, anche per una società migliore e aperta. Ma perché è necessario parlare di tutto questo? Perché sono fermamente convinta che la bellezza possa veramente salvare il mondo, come dice il principe Myskin ne L’Idiota di Dostevskij. Il mondo ha bisogno di molta più moda nella quotidianità, non solo pezzi di stoffa grigi o neri mirati a coprire il nostro corpo, ma bensì di ispirazione artistica, creatività. C’è l’urgenza di far capire che gli abiti possono essere considerati proprio come si studia un quadro di Caravaggio o Botticelli o di un/a qualsiasi maestro/a della storia dell’arte. Fermati, guarda, pensa, scrive Elsa nella autobiografia, a proposito di una sua collezione. Ogni singola persona oggi brama una viscerale necessità di originalità. Non c’è più tempo di indossare in fretta un capo d’abbigliamento nero e uscire di casa, perché quel nero, quel colore che non è un colore, come solevan dire gli impressionisti, ha colpito anche le nostre vite facendoci credere che esista solo un colore. Ogni persona deve urgentemente riconoscersi, conoscere le varie cromie che gli/le appartengono, ascoltare i colori della propria anima. È questo, anche se non esplicito, l’insegnamento di Elsa Schiaparelli, che sento il dovere di portare alla luce. Un insegnamento, che seppur di un secolo fa, ha trovato sin da subito posto nel futuro; nel nostro tempo. 

UN NUOVO INIZIO

Nessuno aveva idea che quel 10 settembre del 1890, a Palazzo Corsini di Roma stava nascendo una donna che diverrà pilastro portante della storia dell’arte e della moda. Elsa Schiaparelli è stata l’artista che fa vestiti, come avrebbe detto Coco Chanel, raccontando della rivale. La rivalità, infatti, tra Chanel e Schiaparelli fu inevitabile. Questa antipatia non è dovuta al fatto che ebbero gusti completamente opposti per gli abiti, come pensano in molti. Bensì, Chanel fu gelosa della posizione che Elsa copriva, essendo di famiglia aristocratica discendente dai  Medici (suo zio fu il direttore del museo Egizio di Torino), ebbe a favore tante agevolazioni che Coco dovette, invece, conquistarsi con fatica, essendo cresciuta in un orfanotrofio. Con ciò non si vuole sminuire Chanel, che è stata, da parte sua, un genio della moda al femminile più propensa al design più essenziale e minimale. Malgrado la Schiaparelli fosse di buona famiglia, le difficoltà non le erano estranee.  Il sogno di Elsa era quello di fare l’attrice, ma non si realizzò, per gli ostacoli derivanti dalla sua appartenenza all’alta aristocrazia. Da un punto di vista retrospettivo non le andò molto male, perché fu mandata obbligatoriamente a frequentare la facoltà di lettere e filosofia, che nutrì la sua creatività e ampliò i suoi orizzonti. Dopo gli studi umanistici, prese in considerazione di diventare poetessa, cimentandosi nella stesura di testi lirici raccolti successivamente in un’unica raccolta intitolata Arethusa. Inutile dire che venne ostacolata dalla famiglia per la seconda volta. Quelle regole ferree che costituivano un duro ostacolo per Elsa, sembravano scrivere il suo destino con mani che non avevano idea delle sue aspirazioni. Quelle poesie erano uno scandalo, completamente fuori luogo per una donna di una posizione sociale come la sua. Erano idee troppo avanzate, troppo avventate. Ma anziché lasciarsi prendere dallo sconforto, Elsa cercò lo stesso una strada nuova da percorrere, che le consentisse d’esprimere se stessa senza freni. Trovò questa possibilità conoscendo Nicole Groult, una donna che diede inizio ad uno stile promotore dell’uguaglianza tra i sessi, denominato garçonne, dal francese “garçon” letteralmente, “ragazzo”. Come si può supporre, era uno stile che traeva ispirazione da uno stile mascolino, accompagnato da un taglio di capelli corto. Al termine della Prima Guerra Mondiale le donne avevano già iniziato a fare i primi passi verso l’indipendenza che ora non sembrava più così impossibile. Persino Coco Chanel fu una promotrice di questo stile “insolito” per il modello femminile richiesto dalla società del tempo. La Belle Epoque era giunta al collasso, era dunque necessario che finisse pure la servitù di donne verso altre donne. Durante la Belle Epoque le donne a servizio delle signore aristocratiche aiutavano quest’ultime persino a vestirsi. Era una vergogna, se ci pensiamo ora, a mente fredda, a distanza di un secolo, trattare una persona del tuo sesso, tua propria compagna di lotta, come una serva senza muovere un dito nemmeno nelle faccende personali come il bagno o la toeletta. Bisognava  lottare insieme, senza più essere al servizio l’una dell’altra, ma unite; come disse Chanel: fino a questo momento abbiamo vestito donne inutili, oziose, donne a cui le cameriere dovevano infilare le maniche. Fortunatamente  le cose cominciavano a scorrere in una diversa direzione. Avevo una clientela di donne attive, dovevano essere a loro agio nel vestito, afferma ancora Chanel. E’ anche ciò che pensava Elsa Schiaparelli con le sue idee overstatement, rivoluzionarie ed eccentriche, che proprio nella neonata società che stava nascendo in quel periodo, mise in pratica, avviandosi verso la fama e il successo.

FEMMINILITÀ TRA SOGNO E REALTA’

Un abito non può essere appeso alla parete come un quadro, un abito non ha una vita sua se non viene indossato. Allora un’altra personalità prende il tuo posto e lo anima, lo esalta e lo distrugge. Oppure lo trasforma in un inno alla bellezza. Questo pensiero di Elsa Schiaparelli riflette il suo sogno: esaltare una femminilità indipendente, una donna che sia attraente, ma soprattutto che abbia il coraggio di mostrarsi forte e valorosa, anche senza un uomo al suo fianco. Vuole lo scandalo, essere libera di poter creare su carta, per poi realizzare materialmente le idee che come lampi le saettano nel suo geniale cervello. E’ questo spirito fuori da ogni schema che la guida nella progettazione dell’abito aragosta del 1937. Ha avuto l’onore di collaborare con Dalì, ma lui le ha solamente fornito quell’ispirazione. Avendo, Salvador, precedentemente realizzato un telefono-aragosta, Elsa si trovò catapultata in una dimensione onirica fuori da ogni realtà del momento. Si vide subito davanti a sé, dentro l’abito, una donna fuori da ogni schema, pura ed elegante per la seta bianca, ma allo stesso tempo aggressiva e coraggiosa grazie all’aragosta. Dirò di più, svelerò un segreto proibito. Quell’aragosta che oggi appare davanti a noi ad un lato del vestito, un tempo non era collocata così. Era situata invece all’altezza degli organi genitali. Elsa non solo aveva suscitato scandalo, ma aveva portato alla luce un tabù, che purtroppo ancora oggi persiste. Veniva, e viene, insegnato alla donne a vergognarsi dei propri desideri naturali dell’inconscio, mentre si valorizzano quelli maschili. Triste constatare il drastico cambiamento che l’abito da dovuto subire per adattarsi a cosa? Alla moda odierna. Pensare che sia successo è come tornare indietro di secoli senza mai andare avanti nel tempo, cambiare l’arte e renderla più “giusta, corretta” equivale soltanto a distruggerla. E distruggere l’arte vuol dire rimanere senza coscienza, significa non pensare più, come se si togliesse l’ossigeno alla nostra mente; in altre parole, si sta accettando di essere vittime. E fosse solo questo lo scandalo! Mentre Rosa Genoni ripudiava il “nuovo”, la moda dettata dai modelli parigini, in una società impegnata a promuovere il made in France, e accarezzava quell’idea di modello ispirato al passato e a una tradizione costumistica classica e ottocentesca, dall’altro canto, alla mostra Paienne di Parigi nel 1938, in una Parigi ancora puritana e timida, è stata Elsa ad aprire le finestre chiuse di una città pilastro della moda, e a farvi scorrere dentro ondate di vento di idee moderne; istruì il pubblico ad aprire gli occhi al nuovo con la famosa collana contornata di insetti. Inutile dire che il pubblico, soprattutto femminile, storse il naso. Ancora non erano abituati, era troppo. Come era diventato troppo pure il tailleur nero con tante bocche rosse, e il cappello a scarpa con il tacco. Quello che il tailleur della Schiaparelli aveva come compito principale, era quello di eliminare ciò che invece il tailleur rigoroso di sempre aveva dovuto mascherare. Poiché il tailleur era visto come un indumento maschile, e quindi semplice ed elegante, senza fronzoli, secondo Elsa poteva diventare molto di più. Rompe un altro schema, il tailleur femminile con decorazioni. Questo capo già da tempo era stato simbolo dell’emancipazione femminile, Elsa rincarò la dose. Ma il suo carattere non le permetteva di starsene tranquilla con solo insetti, bocche, e crostacei, voleva di più. Voleva che il mondo capisse l’interiorità delle donne, tutto quello che ristagna nella loro psiche. Nessuno fino a quel momento si era posto il problema di andare a capire l’universo femminile, di avvicinarsi ad esso.

Elsa Schiaparelli quindi, via via che la sua carriera decolla, si pone l’obiettivo di raccontare delle storie attraverso i vestiti, con collezioni tematiche. E’ così che prende vita la sua collezione ispirata al circo; acrobati come bottoni, feltri ispirati a pagliacci. La storia del circo, ispirata da Georges Seurat, con la fantasia di  Schiaparelli diventa dinamica, tridimensionale; come se stessimo assistendo ad uno spettacolo davanti ai nostri occhi. Chiunque avrebbe avuto la possibilità di indossare quelle creazioni avrebbe portato per le strade la storia del circo. Con la fluidità dei movimenti del corpo anche le decorazioni degli acrobati si muovevano e il sogno della stilista era realizzato, la narrazione di un sogno aveva già conquistato il suo posto nella vita reale. Nusch Eluard, la moglie di Picasso, indossa proprio una creazione sul circo in un ritratto di Picasso cubista nel 1937. Il desiderio fortissimo che spinse la grande stilista a raccontare storie oniriche, è lo stesso che, modellato sull’opera di Dalì, Venere di Milo con cassetti, si presentò all’artista per realizzare l’abito con cassetti. Apparentemente sembra proprio un semplice vestito, ma andando più a fondo risulta strettamente collegato all’interiorità femminile tanto proibita. I cassetti semi aperti simboleggiano quel coraggio che ormai lotta per uscire dal corpo della donna, ma che viene costantemente chiuso, tenuto a bada. Eppure, basterebbe tirare con forza quei cassetti…

INTERIORITA’ DELL’UNIVERSO FEMMINILE.

Donna si nasce, non si diventa è l’affermazione della filosofa Simone de Beauvoir, riferita a quella forza d’animo che la donna ha per natura. Come Elsa Schiaparelli e il suo coraggio hanno creato un grande scompiglio nella moda, così fece pure Simone de Beauvoir. E’ vero, oggi il genere femminile si è conquistato tanti passi avanti che solamente un secolo fa erano solo un sogno. Ma ancora non è abbastanza. E perché non è abbastanza? Ci risponde direttamente Elsa Schiaparelli, sul perché non è abbastanza: Le donne conoscono poco di se stesse, e dovrebbero sforzarsi di conoscersi meglio.  Ogni persona di sesso femminile, ha, per natura, una forza psicologica e di carattere sopra ogni limite. Non è assente la forza, è semplicemente nascosta, tenuta composta, scandalo se si scompone. Se si muove nella giusta direzione è ben voluta, ma se crea scontri è condannata. Molte hanno paura di andare contro una morale malata, perciò si chinano ad essa. Il novanta per cento delle donne hanno timore di osare e temono il giudizio degli altri. Perciò comprano un tailleur grigio. Come sappiamo, il tailleur fu un passo enorme per le donne all’epoca; arrivare a poterlo indossare era una vittoria assicurata. Rimane un però. Anche se c’era il desiderio di farsi valere, nessuna si era spinta un po’ oltre quella piccola-grande vittoria. Il capo era grigio e senza fronzoli, semplice e elegante, come si dava per scontato che dovessero essere le donne. Si limitavano tutte ad indossare un tetro capo nero o grigio ispirato agli uomini; bisogna sapere che l’idea di una giacca di questo genere venne ideata per la prima volta da un uomo. Invece occorreva rompere pure questo blocco, più tailleur dai motivi più estroversi e “provocanti”, era ciò di cui si aveva bisogno.

Elsa Schiaparelli muore a Parigi, il 13 novembre 1973. Ci ha indicato la strada. A noi seguirla.

Rebecca Boi

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