RECENSIONE DELLA MOSTRA “THAT’S IT!” AL MAMBO/MAMBA 

RECENSIONE DELLA MOSTRA “THAT’S IT!” AL MAMBO/MAMBA

l’Archivio, il movimento del 77, Pasolini, ecc.

Continuo con questa rassegna delle banalità esposte a rappresentare l’ultima arte italiana.

E per quanto riguarda “l’ultima” , dati i risultati, speriamo che sia l’ultima davvero e che non si faccia altra arte simile o mostre simili.

L’idea di un periodo sabbatico per tutti non sarebbe così peregrina: non si illuderebbero così tanti giovani, e a perdere il lavoro sarebbero meno di una ventina di curatori ai quali si potrebbe dare un reddito di cittadinanza perché non organizzino altre accozzaglie.

Ovviamente scherzo .
Non sono infatti favorevole al reddito di cittadinanza, per i curatori che invece devono provare a vivere “scrivendo i libri dove illustrano le loro tesi”.

La citazione l’ho scritta a memoria e non so se la frase fosse proprio così ma sicuramente alcuni ricordano l’autore.
Ovviamente ri/scherzo, come fare a meno di curatori e critici???

Torniamo a noi!
L’idea di “archivio” è uno di quei temi Foucaultiani alla moda che circolano in alcune mostre di questi anni e grazie anche a qualche recente pubblicazione sull’argomento uscita sotto firme italiane.

In letteratura forse il modello più famoso è la Biblioteca di Babele di Borges, racconto esemplare sull’abisso straripante costituito nell’accumularsi della memoria e della conoscenza .

Ma credo che Borges abbia scelto l’idea da solo senza consultare un curatore.
In arte i casi più esemplificativi stanno tra l’arte Minimal e Concettuale e mi vengono in mente il “card file ” del 1962 di Robert Morris o i più tardi “Index” del gruppo Art & Language dei primi anni 70.

Tutta roba inutilizzabile e illeggibile.
Delle versioni meno astratte e fredde sono quelle legate invece a reperti di vita vissuta come i contenitori casalinghi straripanti del tedesco Dieter Roth degli anni 90 o lo spirito tra lo scientifico e la Wundercammer dei lavori di Mark Dion.
Siccome nella mostra avevamo lo spazio già compartimentato con altre forche caudine tematiche che contestualizzano lavori altrimenti insignificanti non poteva mancare un installazione completa di mobile e pareti legata all’Archivio: ed ecco puntualissimo l’ennesimo armadio a cassetti.

 Si direbbe che il più delle volte gli artisti che hanno indagato questo tema abbiano dato , tirando le somme, una prospettiva negativa all’accumularsi della memoria facendone o una cosa astrusa ed ermetica o una discarica di reperti inutili .

Il lavoro in mostra non aggiunge nulla al repertorio conosciuto e coabita con delle fotocopie appese alle pareti riproducenti lacerti culturali opachi: forse l’autore ha un brutto rapporto con le opere delle civiltà antiche o semplicemente, da bravo talebano, ne ignora le peculiarità.
A parte Dion che è molto meticoloso, in molta arte contemporanea incentrata sull’archivio si direbbe che gli artisti sono dei disadattati che hanno dei problemi con la cultura umana.

Ad un certo punto Lorenzo Balbi deve aver pensato che la mostra era un pò debole sul settore del TEMA POLITICO e il video sugli emigranti a spasso per la città non doveva suonargli sufficiente anche se lo schermo superava , credo, gli 8 metri.
E così si deve essere ricordato di essere a Bologna , detta un tempo “La Rossa”.
Tra i periodi alla moda più citati da certi curatori e artisti italiani quello relativo al movimento del 1977 è tra i più valorizzati.

Il bello è che in gran parte sono troppo giovani per averlo vissuto.
Non so quanti anni abbia il curatore Scotini , che è specialista in questi argomenti, e del quale in rete non è possibile conoscere la data di nascita.
Fatto sta che c’è un’installazione molto brutta con le portiere dell’auto della polizia e dei carabinieri fissate alle pareti e di fronte una schiera di personaggi un pò mostruosi con le teste issate su dei pali a fare da corpo . Per i capelli, a simulare le creste dei punk , l’autore ha appiccicato sulle teste delle setole di scopa , memore dello stesso espediente usato da Pascali per i suoi “bachi da setola”.


Il problema è che con la mia persona è entrato a visitare la mostra un’autentico “indiano metropolitano” del 1977 sopravissuto a quei lontani eventi . Come forse si saprà quello degli indiani metropolitani era una delle componenti più numerose del movimento del 77 iniziale e furono particolarmente presenti a Bologna , poi gradualmente l’Autonomia Operaia prese il predominio e inglobò tutto.
Gli indiani erano una specie di post Hippies iperironici e dadaisti, generalmente con i capelli lunghi, mentre tra gli autonomi predominava generalmente un look spartano ma c’era anche una certa mescolanza tra i due settori.

In ogni caso chi fronteggiava la polizia erano gli Indiani e sopratutto gli Autonomi. Nei casi degli scontri più accesi in genere molti si mettevano un fazzoletto sulla faccia per non farsi identificare.

Quindi quando l’artista della mostra mette in testa ai ribelli le creste punk non sa quello che fa e non sa niente di quel periodo: i punk non facevano scontri con la polizia ed erano essenzialmente un fenomeno di nicchia in Italia, a differenza dell’Inghilterra. In inghilterra il punk era l’unica rivolta possibile mentre in Italia c’era il movimento del 77 e il punk era poca roba. Anzi, alcuni consideravano i punk italiani dei modaioli. E molti non ne amavano la musica .

E poi quelli che ascoltavano la New Wave erano considerati dei “fighetti” . Ricordo un concerto memorabile degli Skiantos a Mestre che suonarono protetti da una rete che li divideva dal pubblico.

Malgrado questo decine e decine di facinorosi su di giri tiravano contro la rete ogni genere di cosa e c’erano vetri dovunque tanto che il concerto ad un certo punto fu interrotto lo stesso . Credo che alcune poltrone furono divelte e molte persone erano rimaste addormentate o svenute mentre tutti uscivano.
Questo e altro era il 77.

Esilarante e violentissimo E qualche mese dopo accadde molto di peggio. Scusate la digressione.

L’area della mostra perimetrata per la politica continua tra ingenuità varie , con un banale video sul parlamento greco dove il dibattito è silenziato ma l’artista non si interessa da chi.


Segue un’installazione con mobilia da muro e foto incorniciate
con scene delle violenze ai prigionieri di Abu Graib fuori tempo massimo, appaiate alle immagini di Salò, il film più pessimista di Pasolini , santo protettore degli artisti italiani che lo citano ad ogni piè sospinto adattandone il pensiero e forse ignorando che anche lui mica le diceva tutte giuste.

Non perchè si tratti di un pittore , ma l’amico Nicola Verlato. con il suo affresco romano ha restituito un’aspetto di Pasolini che forse alla politically corretness italoartistica di solito sfugge : la sua immedesimazione nel dramma mitico sacrificale e la sua parentela con Ezra Pound, entrambi personalità con una parte di anima regressiva e conservatrice .

In un angolo in fondo un artista ha inscenato l’ambientazione della sede di un fantomatico “Movimento degli artisti violenti”, con disegni bambineschi di armi da taglio che vorrebbero essere ironici, ad alludere per converso a quella che è invece l’innocuità di fatto dell’artista oggi. Beh che siamo tra buoni fanciulli si era capito già.

Lì vicino una cassa di imballaggio aperta, a rappresentare viaggi transfrontalieri e sul coperchio un quaderno con piccoli ritagli fotografici legati all’emigrazione.

Anche qui ci si procura i materiali, li si monta assieme e si usa il tema prefissato ma il tema non ne viene arricchito e una cassa di spedizione è una cassa di spedizione , contrariamente a quanto diceva Magritte.

In un’altra sala si tenta la carta della raffinatezza dei materiali e si propongono due grandi lastre sottili di marmo : in realtà è ceramica marezzata..

Se fosse stata plastica invece di ceramica sarebbe stato il discorso scontato dell’artificialità del mondo ma essendo ceramica dobbiamo dire che comunque la cosa non ci sorprende in egual misura.

Walter Bortolossi

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