Renzi, Bergoglio e la catastrofe permanente della cultura Italiana.

 Renzi, Bergoglio e la catastrofe permanente: lo stato dell’arte in Italia.

 

Un tempo la propria comunità la si abitava, era luogo di crocevia di mercati e di incontro.

La mobilità contemporanea ha collocato quello che un tempo era di dominio e di vissuto pubblico nello spazio domestico privato, tutto nel computer e quando ci spostiamo nello smartphone e nel tablet.

Artisti sempre più isolati nell’isola e periferici anche a se stessi, dipendenti dalla comunicazione e dall’informazione, anche la loro.

La coscienza dell’artista del secolo scorso, nella sua immobilità ideologica e stilistica è in scadenza e la coscienza intasata dalla notizia, così veloce da terrorizzarla e rintanarla.

“Terra, aria, acqua e fuoco, alla fine sono fatti di energia, ma di tipi diversi, e il tipo di energia è determinato dall’informazione. 

In sintesi, per fare c’è bisogno di energia, per sapere cosa fare c’è bisogno d’informazione.”

Seth Lloyd. 2006

La storia della nostra nazione che offende e fa offendere la sua cultura artistica parte da lontano, forse proprio dal Rinascimento e dal suo braccio di ferro con la Chiesa cattolica.

L’arte nel giro di poco tempo si è spostata ad essere controllata e il Rinascimento è diventato in tempi brevissimi un Grand Tour per le classi dirigenti dell’altrove che studiavano e si laureavano per entrare nella corte dei “padroni del mondo”.
Che cosa è successo?
In fondo già nel settecento la nostra cultura artistica era determinata e concepita altrove e si riproduceva stancamente alla corte dell’altrove.
Da Machiavelli in poi, forse anche per sua colpa, ci siamo impantanati con personaggi come Mussolini, Craxi, Berlusconi e Renzi (quasi a chiudere il cerchio), tutti molto vicino alla filosofia d’origine dell’Italia.
Di fatto uno stato Italiano non è forse ancora mai esistito (qualcuno dovrebbe spiegarlo all’Europa) e l’Italia appare paralizzata in attesa di un principe, che anche Gramsci auspicava sotto forma di partito libero dalle oscurità del passato e della tradizione.
Eppure in Italia, ogni qualvolta ci si è trovati davanti ad uno scontro tra lotte sociali e progressiste “Made in Sud”, la Chiesa, nel suo braccio di ferro permanente con il principe di turno, si è sempre trovata politicamente al fianco della tradizione e della politica d’innovazione, quasi da intermediaria con il vecchio ordine (dai borboni, ai latifondisti a mafia e camorra).
Questa digressione solo per cominciare a ragionare su come la ricerca artistica in Italia, sia bloccata da secoli, e come la politica è divenuta un linguaggio figlio del sondaggio e del consenso.
Il sondaggio trionfa nei talk show, nei quotidiani e nelle stanze del potere pubblico, detta la dichiarazione nel nome del consenso popolare, fatto legge etica ed estetica.
Questa è la paralisi del linguaggio degli artisti italici, imbroglioni che inseguono l’oracolo del mercato e del consenso, mascherando in questa maniera l’incompetenza.
Il “Renzismo” è l’ennesima Controriforma che gli artisti Italiani subiscono, un ritorno all’ordine permanente figlio dell’estetica fascista degli anni venti.
Quanti artisti in Italia conosciamo e sono patrimonio comune, sono stati in grado di dire no ?

Gramsci e Negri come uomini d’intelletto e di cultura sono una eccezione che tristemente confermano la regola tacita del non dissenso critico come prassi sociale e culturale bipartisan.
Dopo Berlusconi, Renzi (come Bergoglio dopo Giovanni Paolo II e Ratzinger) usa la televisione e compie miracoli attraverso applicazioni e Social Network, s’impossessa del modo di ragionare, stravolge il lessico, impone mode e comportamenti, com’è possibile?
Meno del trenta per cento degli Italiani ha un livello accettabile di alfabetizzazione, questo ci rende un popolo manipolabile e complice dell’istupidimento diffuso e riflesso, la Sardegna? Ha il più alto tasso di dispersione scolastica in Europa!
Da quando sono nato nella società dei media di massa, per poi emigrare nella digitale, non ricordo attimi di tregua mediatica, ho sempre abitato in un paese e in delle comunità sull’orlo della possibile tragedia collettiva, come valore assoluto in grado di azzerare le reali discussioni di merito e di senso delle cose e forza maggiore anche dei linguaggi dell’arte.
La storia dell’industria culturale e artistica e della sua economia applicata, di fronte all’avvento di Internet è stata, non solo nel suo primo decennio, ma ancora ora, fortemente conservatrice.

Preoccupata, con i suoi artisti che la politica e il privato consegnavano alle Accademie come forma d’investimento, della propria sopravvivenza; si è tentato di congelare un intero sistema e un intero universo che continua a muoversi, mirando ad annullarne la spinta innovativa.

Quello che questo atteggiamento ha materializzato in Italia è un forte ritardo e un danno incredibile alla nostra cultura artistica contemporanea.

Il web ha sollevato il velo dietro il quale si nascondevano gli ingenui, l’ipocrisia di fondo secondo la quale l’industria mediatica dei contenuti culturali aveva una responsabilità prioritaria nei confronti dell’arte e la cultura.

Per secoli, la storia del linguaggio dell’arte è stata una storia di riscrittura sugli stessi che di dialettico aveva ben poco, chiese su chiese, affreschi su affreschi, tele su tele, oggi questo sembra essere privo di senso, ma si trattava di una regola, il contemporaneo cancellava il passato nel nome del flusso economico del gusto corrente.

La Chiesa di San Francesco a Rimini ha visto gli affreschi di Giotto nel 1300, distrutti un secolo dopo, per la costruzione del Tempio Malatestiano.

Michelangelo ha dipinto il suo Giudizio Universale nella cappella Sistina sopra il Perugino.

Si cancellano e riscrivono i linguaggi dell’arte, lo storico ha il compito di vigilare sulla conservazione della memoria (critico e curatore sono uno spreco), in questo scenario di cancellazione presente della memoria, come si può non considerare l’archiviazione via web una rivoluzione di poco conto?

Per la prima volta nella storia dell’umanità, archiviare il linguaggio dell’arte, nella sua stratificazione e determinazione è su base singola e volontaria, avviene dovunque ci sia un nodo di rete via web, anche dietro la tastiera da cui vi sto scrivendo.

Lo spazio web, è una biblioteca, un libro che contiene altri libri, alcuni fuorvianti, altri falsi e basati su dicerie e posizioni di comodo.
Un universo che racchiude le nostre informazioni ma che rischia di non consolidare nessuna reale conoscenza o di stato reale delle cose a lui esterne.
Questo proprio perché la conoscenza e l’informazione tutta è già all’interno dello spazio web e delle sue protesi umane a tre dimensioni, artisti con il loro linguaggio compresi.
Tutto convive artisti veri con artisti costruiti, chi è artista e chi per farlo ha bisogno di un critico, di un curatore, di un gallerista, di un editore o di un produttore.
Un tunnel di specchi riflessi dove trovi tutto nel nulla e dove il tutto .non conta nulla.
Questo è il punto dove si è arrivati a partire da Daguerre e l’idea che la luce potesse disegnare anche senza l’uomo, una informazione immagazzinata in un istante.

La nuvola dell’informazione in eccesso si muove sulla testa dell’artista contemporaneo, dovunque si trovi, è in qualunque luogo e sulla testa di chiunque.

La monografia di un artista è sulla nuvola, amorfa, invisibile e terribilmente reale.

Non esistono più spazi privati e chiusi per l’arte contemporanea, il denaro, l’economia, circola solo sulla nuvola, il resto è un mondo andato, un sistema superato destinato a “fottere” chi è possessivo.

Non c’è lavoro o operazione d’artista oggi che non possa essere registrata e conservata.

L’artista nello spazio web filtra e ricerca.

Consuma informazioni, ricorre a filtri di sui informatori attingendo dal suo network on line, i suoi link sui social sono i filtri che separano i metalli delle informazioni preziosi dalle scorie radioattive e il cattivo linguaggio.

I suoi meccanismi di ricerca trovano aghi nel pagliaio.

Ha purtroppo capito che non basta che l’informazione esista, non basta assimilarla per produrre linguaggio, con una informazione così a buon mercato la sua stessa attenzione è costosa.

Tanta informazione equivale a perdita d’informazione e di comunicazione, un sito Internet non indicizzato è un libro che non si trova in biblioteca.

Il classico equilibrio di comunicazione tra emittente e ricevente si è sovvertito, gli artisti leggono i commenti su di loro in tempo reale, filtrano e ascoltano i riflessi del loro messaggio e si modificano in conformità del mercato.

Le forze aggreganti del mercato sono intensissime, in futuro chi farà le ricerche su questo o quell’artista?

La frontiera qual’è?

Artisti che avranno qualcosa da dire come comunicheranno con chi non ascolta?

Un ricevente in cerca di stimoli come farà quando non troverà artisti in grado di darglieli?

L’artista on line è più spaventato dalle troppe bocche sul suo conto o dalle troppe orecchie che l’ascoltano in silenzio?

La rete ha una sua struttura matematica, concettualmente tutto è vicino e nello stesso tempo lontano.
Il sistema cyberspazio è affollato di desolazione dove tutti possono gettare sassi senza sentire il rumore che fanno.
Non c’è un deus ex macchina e nessuno dietro le quinte, solo flussi di notizie e mercato d’informazione.
Selezioniamo e scremiamo informazioni per determinare la nostra, inseguiamo la notizia genuina e per questo serve sforzo e lavoro critico, anche accantonare e dimenticare notizie richiede lavoro, forse anche maggiore.
Tutti nella biblioteca di questa Babele digitale dove siamo anche bibliotecari.
Ma a cosa serve produrre tutte queste informazioni se si cancellano a vicenda divenendo irreperibili?
Questo è il secolo dove chi avrà intenzione di stampare un libro, sarà costretto ad essere il suo libro.
Vite d’artisti ridotte a libri su scaffali del cyberspazio, leggiamo e raccogliamo, stratificandoli, i nostri pensieri e quelli degli altri, nei quali ci riflettiamo per ricordarci che aspetto ha una informazione.

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