REPRESSIONE NEOLIBERALE APPLICATA ALLA SPAZIO URBANO

SULLA REPRESSIONE NEOLIBERALE APPLICATA ALLA SPAZIO URBANO

Un libro imprescindibile, di qualunque oriantamento politico voi siate.

Scritto da un autore appartenente al circolo dei Wu Ming, estende e completa il fondamentale lavoro di Tamar Pitch sulle politiche di repressione urbana tricolori. Il libro contiene troppe cose su cui vale la pena riflettere per poterle elencare, quindi mi limito ad accenni, evidenziando i pro e i contro

PRO

– Una storia breve e puntuale dell’escalation delle politiche neoliberali di gentrificazione e repressione della povertà
– L’elaborazione puntuale di una teoria del neoliberismo autoritario, che vale sia per la sinistra (istituzionale) che per la destra, anche se le giustificano ideologicamente in maniera diversa
– L’intuzione che nel prossimo futuro sarà la svolta green (assimilata come tratto distintivo del ceto medio-alto, Macron docet) a giustificare nuove politiche di emarginazione e taglio del welfare state per i poveri

– Una riflessione molto interessante sul moralismo come tratto entrato nel DNA della sinistra durante l’antiberlusconismo e poi trasformatosi in legalitarismo e culto della meritocrazia, due tratti ideologici tipicamente neoliberali.

– Una riflessione fondamentale sulla cultura (alta o tradizionale, come preferite) come marcatore di classe e metodo per riqualificare i quartieri e borghesizzarli. Gallerie d’arte, monumenti, librerie, ecc sono il volto friendly di tornelli, cancelli, e polizia privata per aumentare il valore commerciale di un quartiere ed escludere poveri e turisti low cost.

– La catalogazione dei turista low cost e della working class impoverita come nuovi nemici dei centri città sempre più pensati per turisti “di qualità”, cioè ricchi.

– L’intuizione che anche in Italia si farà strada la prassi americana e francese di distinguere fra residenti e non residenti per l’accesso a luoghi pubblici situati nei quartieri di classe media e medio-alta.

– L’intuizione che l’ideologia antagonista del consumo critico (negozi equo-solidali, negozi bio, banche etiche, ecc) sia ormai diventata un marcatore di classe e un modo per aumentare l’hype di un quartiere eliminando i poveri e i migranti. Creando il paradosso (ben descritto da Jonathan Friedman) di quartieri di lusso ricolmi di opere letterarie, artigianali, gastronomiche del terzo mondo senza che ci siano persone provenienti da quelle culture attorno ad esse, dato che non possono permettersele.

CONTRO

– L’analisi prende come casi universali sempre le politiche promosse in 3 città: Milano, Bologna, Roma. Secondo l’autore quello che viene fatto in queste 3 città è l’avanguardia (sia in senso repressivo che di resistenza alla repressione), il resto d’Italia non è che una copia sbiadita ed arretrata di queste 3 città. U

n pregiudizio tipico della sinistra più o meno radicale, che sarebbe ora di abbandonare.

– Il peso eccessivo dato agli intellettuali nella svolta repressiva: secondo l’autore sono veramente sociologi, economisti e criminologi ad aver teorizzato e fatto applicare le nuove politiche antipoveri e antimigranti. L’autore pare incapace di concepire come siano state prassi politiche elaborate alla meno peggio sul campo e cristallizzatesi nel tempo ad essere poi state teorizzate da intellettuali, e non viceversa.

– La confusione continua fra povertà ed immigrazione.

Nonostante concettualmente le separi più volte, l’autore poi ricade continuamente nell’idea che il povero sia per forza immigrato.

Non riesce a pensare ad una povertà autoctona, ad un sottoproletariato di periferia, a quello che gli americani chiamano “White scum” o “white lower class”. In questo modo non riesce a vedere forme più sottile e subdole di discriminazione verso la seconda generazione di immigrati, nati e formatesi qui, e tecnicamente non poveri (fanno licei ed università).


 

Siccome il libro mi è stato consigliato perché -secondo alcuni miei lettori- le mie tesi e quelle dell’autore coincidono, mi permetto di segnalare le differenze

– Io parlo di instagramizzazione delle città, cioè della trasformazione dello spazio urbano in un immenso scenario per selfie.

Questo perché sostengo (al contario dell’autore, e in accordo con Mike Davis e Marc Augé) che la classe media non vive più la città come tessuto pulsante, ma come sfondo della sua autorappresentazione social di classe colta e ricca.
– Io catalogo e separo per alcuni tratti la povertà autoctona e quella immigrata.

Sono due tipi di marginalità simili ma non uguali, che il neoliberismo perseguita con la stessa ferocia ma utilizzando escamotagé ideologici differenti.
– Io separo nettamente la seconda generazione di immigrati, nati e formati in italia e gli immigrati di prima generazione (quelli nati altrove e venuti qui in età adulta).

Lo faccio perché fra le due categorie esistono nette differenze di prospettive, valori e condizioni economiche.

La seconda generazione vive forme discriminatorie abbastanza diverse dalle prime, e più subdole. Faccio un esempio pratico: se il vu cumpra viene escluso dal centro città perché prima di tutto è oscenamente povero e solo poi nero, il ragazzo italo-ghanese o italo-nigeriano vestito di marca che viene escluso dalla discoteca chic o dal lounge bar di lusso in pieno centro lo è perché è nero, non perché è povero. In un ambiente di classe medio-alta non possono esserci neri, anche se della stessa classe sociale dei bianchi: perché renderebbe meno chic l’ambiente. Queste esperienze, comuni alla seconda generazione, vanno affrontate con strumenti culturali e legislativi ad hoc.
– L’autore propone come antidoto alla gentifricazione delle città un vasto piano di lotta politica e culturale guidato dalla sinistra radicale (da cui proviene). L’idea che la socialità e la comunità siano un bene che trascende le ideologie politiche e le confessioni religiose non lo sfiora nemmeno. Io invece sostengo che la comunità e la solidarietà sono beni umani, che prescindono da razza, religione, idee politco/religiose e classe sociale. Il che nella pratica significa che appoggio qualsiasi forma di comunità solidale, sia essa di estrema sinistra, sinistra, centro o destra, sia essa cattolica, islamica o wiccan.
– Al contrario dell’autore, io separo nettamente il (neo)fascismo dall’autoritarismo neoliberale. Rudolf Giuliani o Marco Minnitti non sono fascisti, sono semplicemente neoliberali che vogliono che l’economia e il consumo scorranno senza intoppi, se questo è possibile solo grazie al ricorso del manganello, ben venga il manganello. Questo è una prospettiva molto diversa dall’autoritarismo fascista, che voleva il controllo delle menti e di ogni manifestazione ideologica presente sul suolo italiano, e osannava il vitalismo della violenza redentiva.
– Rispetto all’autore, non mi stupisco né ritengo un tradimento che membri del ceto intellettuale (avvocati, architetti, ecc) che si professano di sinistra o di sinistra radicale attuino politiche neoliberali di esclusione della marginalità.

Semplicemente sono fedeli alla loro classe sociale (di provenienza o di elezione), l’unica differenza sta nel loro prediligere il consumo critico e con velleità pedagogiche a quello più disimpegnato e acritico. Cioè nel pretendere più musei e librerie e meno negozi Gucci o Calvin Klein.

La classe è un culto più rigido e pervarsivo di quanto lo sia la l’ideologia politica o le grandi fedi religiose, questo lo sapevano (e descrivevano) già Bacone e Voltaire.

Federico Leo Renzi

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