Retorica di piazza e di palazzo

Retorica di piazza e di palazzo

Non amo  movimenti nati con etichette privi di contenuto che diventano brand.

Non amo movimenti che si presentano come apriscatole e neanche quelli che si presentano in scatola nel nome dell’unione contro un pericolo non ben manifesto.

Se si crede in un sistema democratico dove è il voto l’unico reale strumento di ribellione e/o indignazione politica perché si ha paura del voto?

Per cosa scendere in piazza?

 Contro il possibile voto dell’altro facendo fronte comune quando non si è ancora votato?

Questo oggi vorrebbe dire movimento di sinistra?

Una cosa era scendere in piazza da cittadini locali che contestavamo eccessi e pericoli della globalizzazione vent’anni fa, altra cosa è scendere in piazza contro il pericolo della democrazia elettorale, il nemico non può essere il pensiero dell’altro, l’altro ha il diritto di non pensare come me, io ho il diritto di non pensarla come lui ma non di distinguermi da lui come se io fossi il bene assoluto e lui il male assoluto, ci fosse un bene e un male assoluto la democrazia partecipata non avrebbe senso come concetto.

Mi considero artivista di strada e di piazza, non da salotto, e quando sono sceso in piazza, sono sceso nel nome di progetti, idee, ingiustizie sociali, costituzionali o di diritto.

 Provenendo dal secolo passato e da una cultura di movimento della sinistra dei centri sociali per sentirmi di sinistra nel 2019 dovrei scendere in piazza per gli exitpoll, farmi un selfie tra la folla per sentirmi meno solo e definirmi una “sardina”?

Mi state prendendo in giro?

Le manifestazione di piazza sono un meraviglioso strumento di democrazia, a Cagliari assumono però dei toni a tratti mondani, s’incontrano amici, si condividono passioni ed emozioni, ma dove è la passione in una proiezione di voto eterodiretta dai media di massa?

Dovrei scendere in piazza con un sardina di cartone in braccio per contestare un nemico social dimenticando l’insoddisfazione e l’insofferenza trasversale verso chi si è votato e poi ha deluso?

Dovrei per sentirmi nel 2019 artivista di sinistra scendere in piazza per girare video o stati che in modalità nazional popolare traghettino qualche like sui social?

Dovrei scendere in piazza solo nel nome dei trending topics di chi si vorrebbe contestare?

Ma i contenuti comuni, al di la della presa di distanza dal pensiero dell’altro (che un tempo a sinistra era territorio di confronto) dove sono?

Sul serio adesso cantare “Bella Ciao” vuole dire “S-leghiamoci da Salvini siamo sardine”?

Come posso battermi la mano sul petto per un movimento che denuncia derive populiste e nel nome di questo, in maniera populista senza nessun programma politico non va oltre il “noi non siamo come quelli”?

Come si può prendere le distanze programmatiche e culturale da un altro di cui s’inseguono trend di social marketing?

 La viralità non è democratica ma algoritmica e sempre populista.

Siamo tutti sardine compresse dalla scatola del nulla dei social network che omologano e conformano nel pensiero ogni giorno di più, ma non fatemelo rivendicare con orgoglio, perché l’omologarsi e muoversi su traiettorie di pensiero allineate e coperte non mi gratifica.

Non riesco a condividere cause di movimenti nati sul web che si clonano come se non esistessero distinguo locali tra le problematiche amministrative di un territorio rispetto a un altro.

Non condivido cause di movimenti che manifestano dissenso in nome del consenso e ottenuto il consenso governano nel nome dell’opporsi all’opposizione, quasi necessitino per alimentarsi di un nemico immaginario, preferisco pensare in termini di costruzione di percorsi istituzionali realmente partecipati e non solo nel web.

Post su facebook non possono essere considerati  comunicazione politica istituzionale, come è che oggi sono argomento da telegiornale e talkshow d’approfondimento?

Non amo l’ipocrisia dell’apolitica con i suoi portavoce mediatici, un movimento non è tale se ha capi politici fotogenici e mass mediatici, i mass media sono la sublimazione del carrierismo e dell’individualismo, il movimentismo ha voce e non portavoce da cover profilo social.

Credo nella forze delle idee tradotte in voce che sa manifestarsi come istanza collettiva senza inscatolarsi, le idee che affrontano problematiche sono giuste, sacre e legittime, ma non hanno nulla a che vedere con l’attaccare chi non le ha, non si risolvono problemi complessi individuando l’altro come il proprio problema.

Insomma penso che per muoversi in maniera s-legata l’abito della sardina non sia proprio fatto su misura.

Possibile che non ci si renda conto di come negare i populismi senza partire da loro per elevarne e calibrare un progetto politico consequenziale, che ne incontri e moderi le istanze, sia deleterio? 

Due sono i luoghi della retorica populista, i palazzi del potere e le piazze, e permettetemi di restare, da attempato uomo di mezza età, fuori da entrambi, preferisco i pesci fuori dall’acqua alle sardine in scatola.

https://www.youtube.com/watch?v=224h0-eoL34

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