Rispondo ad Angelo Liberati sull’Accademia a Cagliari

Mimmo, gli artisti sono andati sempre in giro, dove c’era da imparare e dove c’era da portare, scambiandosi sempre esperienze utili.

Gli imprenditori controllino bene il “fatto a mano”, ammesso che sia così importante, forse potrebbero dover guardare in “casa”.

Non conta il fatto a mano, importate è saper inventare e progettare e a questo potrebbe servire L’Accademia o l’Istituto di alta formazione artistica e professionale.

Il resto sono belle parole per raccontare favole a mamma Regione o a quello della “prima fabbrica di cultura della Sardegna”.

Angelo Liberati

 

Su questo sai che siamo d’accordo e sai quanto stia monitorando la questione, leggo ogni tanto i commenti anche sul tuo profilo e non intervengo nel nome della sacra causa comune, ma il mio punto sulla questione è sempre stato chiaro, ci sono tutti i numeri, i dati, la storia e la memoria, per fare nascere un’Accademia di Belle Arti di Cagliari che sia risorsa produttiva e creativa del territorio, leggo di portavoti (non intellettuali come te) che puntualizzano banalità come l’Accademia a disposizione di tutti (è ovvio, da sempre tutti possono iscriversi in un’Accademia anche se provenienti da un tecnico professionale, è anche nel nome della lotta alla dispersione scolastica che la si chiede), leggo di chi in campagna elettorale si muoveva sull’unica ipotesi e traiettoria di lavoro della sede distaccata da Sassari con un corso che non fosse presente a Sassari per non intralciarne la politica adesso invocarne l’autonomia totale nel nome di una presunta dipendenza dal lirico e dall’artistico, ma si possono scrivere per un poco di visibilità sulla questione follie e castronerie del genere? L’Accademia (ma il mio è un punto di vista personale, non amministro la città e mi occupo solo di didattica dell’arte) deve nascere calibrata nel proprio territorio e innestarsi sulla propria produzione artistica artigianale tradizionale con una visione mobile e contemporanea, per questo dovrebbe essere naturalmente sempre autonoma e prodotto della propria cultura, Sassari è riuscito a fare tutto questo? Non lo so, io ragionerei su due pilastri portanti fondamentali (lavorazione della pietra e murales) sui quali snoderei tutti gli altri corsi e possibilità del contemporaneo, capisco però la visione del sindaco partire dal Lirico per fornirgli quelle competenze necessarie che siano made in Sardinia con un corso di Scenografia e a partire da queste snodare altri corsi, in un modo nell’altro il focus e la priorità è che questa Accademia ancora non nata nel 2019 (questa è la follia) sappia essere radicata nella cultura e nella memoria del territorio che abiterà per svecchiarlo e affrontare con la propria specificità la complessità di questo millennio (penso da questo punto di vista all’Accademia di Ravenna, a quella del Trentino o quella di Velletri, piccoli modelli funzionali che stanno crescendo in autonomia con uno sguardo attento alla propria realtà) e non al copia e incolla Milanese che guarda ai giochi di mercato e le sue quotazioni prendendo le distanze dal tessuto produttivo e storico della propria realtà, un’Accademia non serve a creare Banksy o Bill Viola, serve a creare l’ambiente per far si che nel tempo una comunità intera possa sostenere Banksy o Bill Viola.


 

Per quanto riguarda i dipinti murali (i murales sono quelli di Siqueiros, Rivera e Compagni nel posto giusto e nel momento giusto) ho una mia convinzione che da tempo condivido sulla mia bacheca: se sono in spazi pubblici devono avere una scadenza. Per quanto riguarda i due nomi che chiudono il tuo commento, condivisibile, quanto ho detto sopra non può che far capire che mi auguro una comunità che sappia apprezzare artisti come Viola, che da anni, come altri, opera con la necessaria “consapevolezza” che già Bob Dylan, per restare in tempi non lontanissimi, negli anni ’60 raccomandava come presupposto di arte civile. Per.il resto se son rose, dopo il caldo impossibile, fioriranno.

Angelo Liberati

Non c’è rosa che non porti spine, puntualizzo solo che Orozco, Rivera e Siqueiros erano anche signori pittori e non solo muralisti, un’Accademia che connetta la pittura ai murales, lascerebbe in giro qualcosa di reperibile (come giustamente tu ritieni la public art contemporanea) ma anche qualcosa di concreto e dialettico che contribuisca a svecchiare e smuovere la comunità, insomma alimenterebbe e stimolerebbe qualitativamente il pubblico come il privato.

 

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