RITORNIAMO ALL’UMANO, L’ECONOMIA CE LO CHIEDE

RITORNIAMO ALL’UMANO, L’ECONOMIA CE LO CHIEDE

Recentemente un mio collega del ramo marketing mi ha chiesto cosa leggere per capire i giovani e quindi creare una comunicazione adatta a loro.

Io gli ho risposto di tornare a meditare Pasolini, La Cecla, Girard, insomma chi ha riflettuto sull’umano e il suo destino.

Lui sembrava contrariato: non era meglio leggere delle buone analisi sociali, dei report sulle tematiche giovanili, ecc?

Gli ho detto di no, perché si sposta sempre la comprensione dall’essenziale all’accidentale, dai fenomeni di lungo periodo alle mode di pochi anni o addirittura di pochi mesi.

Riflettere sul destino umano non è solo speculazione astratta o metodo per l’automiglioramento personale, ma è necessario a livello pratico economico.

Solo chi conosce l’umano nei suoi desideri profondi, nei suoi bisogni radicati, nelle sue aspirazioni più alte può creare un’attività economica solida che sfidi il tempo e l’innovazione tecnologica, un modello aziendale in cui produttività, guadagno e dignità della persona siano inestricabilmente legate.

Fino a poco tempo fa chi proponeva questa visione dell’economia sembrava un’idealista incapace di guardare la realtà, adesso però si è insinuato il dubbio in una parte del mondo imprenditoriale che il cinismo del marketing selvaggio, dei bisogni creati a forza con campagne pubblicitarie battenti, dei lanci dei prodotti accompagnati da eventi shocking sia una grande truffa.

I motivi sono talmente banali che mi vergogno anche solo ad elencarli: la pubblicità onnipresente e invasiva ha creato generale diffidenza e indifferenza verso ogni tentativo di pubblicizzare un prodotto, l’asticella dell’inatteso si è spostato così in alto che produrlo è sempre più complesso sia a livello di costi sia a livello concettuale, l’affidarsi a campagne battenti è un investimento ingente che deve essere continuamente rinnovato, pena l’esaurirsi dell’effetto vendite non appena si molla il presidio massiccio dei mass media e dei social.

Il problema qui non è più solamente etico, ma di bilanci perennemente in passivo: grandi aziende nate e cresciute con una filosofia aggressiva di produzione e pubblicizzazione del proprio prodotto/servizio si scoprono tremendamente fragili quando si analizza la loro partita doppia.

Il mix di compressione salariale, turni estenuanti, bluff sui bilanci e le qualità del prodotto/servizio offerto, bisogno di presidiare militarmente ogni spazio pubblicitario per indurre il potenziale cliente a comprare, ha generato imperi monopolisti dai piedi d’argilla (da Vice ad Uber fino ad Instagram), a cui basta uno scandalo aziendale o una campagna marketing non azzeccata per far fuggire i finanziatori e passare dall’essere colossi allo scomparire dal mercato.

Da qui il dubbio di una parte del mondo economico se il modello antropologico su cui è fondata l’economia e la comunicazione attuale non sia radicalmente sbagliato, perché torce l’umano fino a sfigurarlo, ottenendo come reazione non una aperta ostilità, ma una rivolta silenziosa fatta di fughe nel privato, astensione dal consumo, depressione ed ansia cronica tanto dei lavoratori quanto dei consumatori.

Come sosteneva Platone, l’utile è il primo e più grezzo vaglio per capire se un’idea è buona e vera: qui è proprio l’utile a gridarci che il modello dominante è agonizzante.

Ora tocca a noi capire come dargli una morte il più possibile rapida ed indolore.

Federico Leo Renzi

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