Sempre su Manu Invisible…

In questi giorni imperversa la polemica sul lavoro di Manu Invisible per la Saras.

Quel che inorridisce il benpensante comune di una certa cultura e di una certa prosopopea di sistema è che un artista come Manu Invisible, artista da strada, eroe della clandestinità, portatore di sistemi, canali, contesti di comunicazione [dei contenuti non gliene (e non me ne) fotte un cazzo a nessuno] possa accettare una commessa di lavoro nientemeno che dalla Saras, o meglio, per dirla con le parole orribili del benpensante comune di una certa cultura e di una certa prosopopea, “fare marchette alla Saras”.


Stamane ho scritto un fiume di parole sull’argomento, sproloquiando sproloqui da Giulio II mecenate di Michelangelo al Cardinal Del Monte di Caravaggio, da Giovanna di Montefeltro di Raffaello Sanzio a Tommaso Rangone diventato ricco per un intruglio per la cura della sifilide e per consulti astrologici a potenti, nientemeno che mecenate del Tintoretto, l’artista senza senza macchia e senza paura (e, si diceva, senza mecenati), da Pieter van Ruijven, birraio e mecenate di Vermeer a Gertrude Stein mecenate di Picasso, Matisse e Cesanne, sino ad arrivare alla Cia, sì, avete capito bene, i servizi segreti Usa, mecenate di Pollock, Rothko e Motherwell...


Ma poi mi sono detto, chi me lo fa fare?

Tante parole al vento… perché?


Alla fine ai benpensanti scandalizzati dalle “marchette” di Manu Invisible alla Saras, rispondo con una semplice immagine.
Un immagine di commistione di poteri, di confusione di ruoli e funzioni, di pianificazione senza linguaggio, di scandalo senza nemmeno un barlume di linguaggio.

(e, pur in assenza di linguaggio, mi guardo bene dall’usare quella parola orribile che usano i benpensanti, loro sì, nella loro vita, molto spesso, marchettari, abituali o per caso).

Antonio Musa Bottero

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