Sensazione e non sensazionalismo dell’arte

Sensazione e non sensazionalismo dell’arte

“Poiché le sensazioni sono spontanee, naturali e libere, come una corrente d’acqua che non possiamo controllare o incanalare, nella nostra cultura ci vuole molto coraggio per entrare di propria volontà in un flusso così inarrestabile, soprattutto quando le sensazioni sono profonde, forti, e la corrente intorno a noi rapida e decisa”.

Robert H.Hopcke, “Nulla succede per caso”.

“L’integrità e la coerenza (anche quando autodistruttive) fanno l’arte. La relazione con il linguaggio dell’arte è insita nella biologia dell’umano, si è complicata con il progressivo disgregamento dei gruppi sociali e delle proprie culture, con l’individualismo pseudo meritocratico di eventi d’arte fondati sul portafoglio dell’acquirente e dei partecipanti, con gli artisti residenti progressivamente sempre più isolati nella comunità e nei territori che abitano, con la messa in secondo piano dell’artista come guida (un tempo erano gli sciamani e le streghe)”.

I linguaggi dell’arte sono da sempre strumento d’indagine del presente, in questo secolo sono posti dinanzi a movimenti di popolazioni migranti, a violenze e crisi politiche ed economiche.
La narrazione ha sempre un punto di vista d’origine: la visione prospettica dell’artista nell’ambito della propria comunità, in un contesto d’abbattimento di limiti geografici, intellettuali, culturali e morali (questa è la globalizzazione).
La globalizzazione è inevitabilmente un processo accompagnato dai linguaggi dell’arte, linguaggi che saranno sempre individuali e sociali.
Linguaggi dell’arte che si pongono le stesse domande dovunque, senza prendere mai le distanze dalle risposte degli altri, perché il senso sociale dell’arte è da ricercarsi nella libertà degli stessi artisti nell’ambito culturale e di ricerca della propria comunità.
Le frontiere tra un linguaggio dell’arte ed un altro, tra la ricerca di un artista ed un altro, non sono mai dei limiti, ma dei varchi d’attraversare, perché attraverso i linguaggi dell’arte si comprende la storia dell’umanità nel mondo.
I linguaggi dell’arte sono fondati sulla loro narrazione.
Insegnano questo i bambini, vivono immersi nella loro narrazione e narrano il loro linguaggio artistico con dovizia di particolari quando lo scoprono.
Sincronici e narrativi, i linguaggi dell’arte sono degli strumenti per la narrazione della vita dell’artista, non sono dei fini (o dei prodotti).
La sincronicità tra narrazione e media linguistico, nei processi dell’arte, implicano quell’alto grado di soggettività che distingue la percezione dell’arte in ciascuno di noi.
I linguaggi dell’arte sono fondati su un insieme di segni che costituiscono un simbolo.
Importante capire la differenza tra un segno ed un simbolo.
Il segno è semplicemente comunicazione, è qualcosa d’esterno a noi, definito, finito, chiaro e conosciuto.
Il simbolo è oltre la piena comprensione, il simbolo è non completamente sondabile, il segno è chiaro e netto.
Il semaforo rosso o una notifica Facebook sono segni, un simbolo è il David di Michelangelo o Guernica di Picasso.
Il significato simbolico dell’arte si muove con il tempo, muta senso e significato in relazione all’umano nel contemporaneo, il divieto di sosta avrà sempre lo stesso significato.
I linguaggi dell’arte fanno questo, accomunano individui per modi di pensare, sentire e rappresentarsi idee, cose e situazioni, intercettano quelle costanti che vanno oltre l’esperienza e la cultura del singolo, vanno oltre lo stesso artista, non gli appartengono, sono archetipi dell’inconscio collettivo.
I linguaggi dell’arte sono fruibili da chiunque sappia fare riflessione della propria esperienza, esperienza comune all’umano in ogni epoca e cultura da trentacinquemila anni a questa parte.
Nessuno è esente dai linguaggi dell’arte, ciascuno con tempi e modalità proprie, si muove verso di loro per consolidare un’identità più profonda, questo anche quando tale approccio dall’esterno può apparire follia.
Pensate a Paul Gauguin, perché mai un agiato e ricco impiegato di banca, ad un certo punto abbandona tutto (famiglia compreso) per fare l’artista?
L’integrità e la coerenza (anche quando autodistruttive) fanno l’arte.
La relazione con il linguaggio dell’arte è insita nella biologia dell’umano, si è complicata con il progressivo disgregamento dei gruppi sociali e delle proprie culture, con l’individualismo pseudo meritocratico di eventi d’arte fondati sul portafoglio dell’acquirente e dei partecipanti, con gli artisti residenti progressivamente sempre più isolati nella comunità e nei territori che abitano, con la messa in secondo piano dell’artista come guida (un tempo erano gli sciamani e le streghe).
Il linguaggio dell’arte non ci muove più e quando lo fa accade per traiettorie guidate, come quando tutti gli “addetti” ai lavori postano foto via social da Venezia in occasione della Biennale (quasi come se non ci fossero arte ed artisti residenti a Venezia durante il resto dell’anno).
Eppure è l’arte nei Comuni e nei territori ad avere organizzato e rappresentato il percorso della storia umana come coerente nella sua bellezza, il linguaggio dell’arte rende la nostra vita opera d’arte, senza il linguaggio dell’arte l’umano è banale quanto il suo male.

 

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