Sfera Ebbasta? Meglio di Biagio Antonacci!

SFERA

Tagliamo corto, per me Sfera, dal punto di vista artistico, cioè dal punto di vista dell’elaborazione di un linguaggio atto a trasportare contenuti, è infinitamente meglio di Giorgia, dei Modà, degli Istentales, dei Sikitikis e di chiunque ha la pretesa e l’arroganza di comunicare ma è incapace di elaborare un linguaggio che si collochi fuori dal flusso del senso comune, fuori dal comunemente accettato, dal metabolizzato, dal passato in giudicato dalla tribù acclamante e calmante.


Siamo inondati da coglioni con niente da dire urlato col non-linguaggio del senso comune.

Inevitabile poi che senza una elaborazione e una centralità del linguaggio, cioè senza un percorso artistico, i contenuti diventano inerti, non comunicano ma confermano, non scuotono ma tranquillizzano, non animano ma anestetizzano.

Il paradosso è che ci si indigna per Sfera ma mai nessuno che abbia chiesto l’arresto di Biagio Antonacci.


Sfera fa incazzare, disgusta, inquieta, apre spiragli per guardoni del mondo giovanile, annulla il linguaggio portandolo agli estremi della sua povertà, del suo scarnimento, della volgarità, sino a dargli una potenza devastante.
State per commentare indignati?

State per insultarmi?

State per ripetere le coglionerie di Crepet?
Fermatevi, perché è mio umile ardire cercare di dimostrare che tutte queste pulsioni non sono altro che la conferma che l’opera di Sfera arriva, colpisce, si colloca in una dimensione avanzata del linguaggio, dimensione perciò stesso artistica.

E non è mera provocazione per far infiammare i coglioni atrofizzati di orde di benpensanti.

Che ci piaccia o meno, con il suo linguaggio verbale, musicale, corporeo, mai appiccicoso, mai ridondante e artefatto, ci apre tutta una serie di finestre estremamente interessanti sul mondo giovanile e adolescenziale.

Io lo ascolto (ascolto tutto io), provo a togliermi di dosso il mio linguaggio verbale, il mio linguaggio corporeo, le mie categorie musicali e lo ascolto, cercando di mettermi a nudo di tutti i miei ancoraggi comunicativi.

E devo dire che c’è forza, raschia, taglia, mi crea un fastidio profondo, mi allarma, mi prende, mi porta perché mi faccio portare... “ok, andiamo, mi interessa…”

In quella faccia da buffone tragico e in quel linguaggio povero e arrogante c’è molto dei miei quaranta amichetti d’infanzia sterminati dall’eroina negli anni ’80, c’è l’ombra inquietante di un fantasma che ritorna, c’è tutta la devastazione giovanile al tempo dei primi segni di colera dei Mercati, del culto della Crescita, dei splendenti rat race del neoliberismo, c’è la stessa faccia devastata di chi ha dentro il demone insaziabile del voler dire, l’arroganza e la disperazione del comunicare l’incomunicabile, c’è… e chi sennò? ...c’è il demone dell’arte, in definitiva c’è la verità dell’arte.
Perché l’artista è l’unico operaio che lavora manualmente con la verità, l’arte è struttura portante della verità, sempre.

P.s. Non rispondo ai coglioni!

Antonio Musa Bottero

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