SHOAH

SHOAH

Lo sterminio di un popolo rimane il più grande delitto concepibile da chi detiene il potere politico-economico-militare.

Parimenti la complicità subalterna costituisce il più grande tradimento della specie umana.

Se tutto questo è vero, com’è vero, mal concilia con la colossale operazione negazionista condotta negli anni con l’uso distorto del “giorno della memoria”.

Ognuno ha da nascondere qualcosa e ognuno lo fa riparandosi dietro alle vittime dell’Olocausto.
Va da sé che non mi riferisco ai parenti delle vittime, né tantomeno ai pochi sopravvissuti che ancora si dannano per contrastare la “distrazione” moderna.

Né sto parlando dei benemeriti che in vari modi hanno rischiato la vita per impedire l’abominio.

Semplicemente intendo rifiutare il tentativo di ridurre questo, come molti altri avvenimenti storici, all’infantile contrapposizione fra buoni e cattivi che, oltre a non dire nulla sulla realtà degli avvenimenti, permette di occultarli dietro un velo d’”eroica” vaselina.

La base politico culturale dell’Olocausto va ricercata nell’Europa cattolica che per secoli, adducendo motivi “storico religiosi” ha escluso gli ebrei dall’accesso alle professioni impedendone l’integrazione e costringendoli all’unico lavoro possibile, la finanza e l’usura.

Non mancano gli episodi di case regnanti legate a filo doppio col clero cattolico, che dopo aver usufruito per le loro avventure di prestiti dagli ebrei, risolvevano la questione con la cacciata e con l’eccidio degli stessi creditori.
Nel novecento, al termine della prima guerra imperialista mondiale, il famelico imperialismo tedesco in cerca di riscossa, individua nella numerosa componente ebraica della popolazione la fonte principale di finanziamento. In questo contesto la “soluzione finale” rappresenta il culmine della predazione degli ebrei in salsa teutonica, nell’Europa raggiunta dalle armate tedesche.

l’Italia fascista si accodò più per spirito di servizio verso l’alleato che per ragioni prevalentemente economiche.

La ragione è semplice e va ricercata nel peso numerico-economico minore della comunità ebraica all’interno del paese.

Assodato quindi che l’Olocausto ha origine nella natura stessa dell’imperialismo, non rimane che chiedersi quanto questo elemento decisivo sia presente nella narrazione del ricordo.
Quando il ricordo è incapace di legarsi all’attualità, trasmette il falso messaggio secondo il quale per impedire altri olocausti è sufficiente contrastare il ritorno del nazifascismo.
Si offre così a “chi non sa” l’idea che se non ritorna “quel” passato, non ci possono essere atrocità come quelle commesse allora.
A parte il fatto che la storia, anche quella atrocemente negativa, non si ripete mai negli stesi termini, alimentando quest’illusione si pone il rigo dell’oblio su un presente che, ripropone sempre tutt’intero, anche se a volte in forme diverse, l’armamentario sanguinario dell’imperialismo.

Parlare oggi dello sterminio degli ebrei senza parlare dell’imperialismo sionista e dell’attuale genocidio del popolo palestinese, equivale a dire che un popolo ha maggiori diritti di un altro di esistere.

Guardare ciò che accade ad opera dell’imperialismo in ogni parte del mondo ed essere incapaci di legarlo alla logica che ha prodotto l’Olocausto è un delitto contro l’umanità intera.

Commuoversi in pompa magna ricordando la Shoha e tacere, o peggio approvare la costruzione dei lager libici sponsorizzati dall’imperialismo italiano e destinati ad assorbire gli scomodi migranti, colloca gli autori nel recinto di coloro che, per il bene del genere umano devono finire nella pattumiera della storia accanto ai loro padroni: gli imperialisti.

L’alternativa è quel ritorno al passato condito in salsa moderna, in fase avanzata di costruzione che i più, ormai, pur ricordando fingono di non vedere.

G Angelo Billia

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