Siamo un Popolo di allenatori, e di esperti di Lirica. di Gianfranco Bitti

“Avviato fin da piccolo dai genitori allo studio della fisica molecolare, si alzava nottetempo per dedicarsi agli amati studi di controfagotto”

“Fuggiva di casa adolescente per recarsi in autostop a Bayeruth, per il festival Wagneriano”

“Giovanissimo si prestava ai duri lavori agricoli come bracciante, pur di garantirsi un abbonamento in platea alla stagione lirica”

Esempi deamicisiani, che avrei  trovato volentieri nelle scarne biografie dei componenti del comitato di indirizzo della Fondazione Ente lirico di Cagliari: un barlume di interesse, di passione, di curiosità non dico per la lirica, e dunque guaribili o inguaribili melomani, ma almeno appassionati per i Beatles, per l’organizzazione di feste patronali, i disco party,  i compleanni in casa.

Sarà che nei curricula queste cose non si mettono, ma anche ci fossero non rientrerebbero nei misteriosi criteri per la selezione di chi dovrà occuparsi di indicare la strada alla più importante (e costosa) macchina culturale della Sardegna:

Venti milioni di bilancio annuo, 284 addetti di cui 40 precaricontributi pubblici per 17 milioni 360 mila euro2 milioni 254 mila di incassi149 mila spettatori nella passata stagione. A tirare il conto della serva ogni spettatore ha mediamente pagato un biglietto di 15 euro e 50 cent, ma la sua gioia di spettatore medio è costata a tutti noi 137 euro ogni volta. Il costo per i 284 addetti di cui 40 precari, infine, è di 13 milioni.

Visto che ci sono vediamo chi li mette, i soldi: 8 milioni e 200 mila lo stato italiano, 6 milioni 750 mila la regione, due milioni il comune di Cagliari, 410 mila la fondazione Banco di Sardegna.

Il programma ufficiale prevede 31 concerti per l’anno in corso, ha raccolto 2000 abbonati a prezzi assolutamente popolari (200 euro per 12 concerti il più caro), se volete noleggiare il teatro il costo si aggira intorno ai 12 mila euro.

Una macchina imponente, ricca di professionalità, bella a vedersi, certamente non perfetta, ma che ha (e potrebbe avere di più) la funzione di motore culturale per la città. Ma l’idea che la struttura sia assolutamente sottoutilizzata, che l’integrazione con la cultura cittadina e regionale sia una chimera è diffusa, ma non trova interlocutori: non interessa.

Posso accettare che il sindaco di Cagliari Massimo Zedda, di professione politico, di musica e teatro quasi ignaro, sieda alla presidenza, esposto a rischi (gaffes e processi compresi) per aver forzato la mano a un consiglio riottoso ed a regole arcane.

Ma gli altri, che dovevano (gratuitamente) consigliare, proporre, pianificare, correggere, suggerire, chi sono?

Un ex presidente della Corte dei Conti (Mario Scano), un docente universitario di geografia economica proposto dalla Fondazione Banco (Francesco Boggio), a rappresentare il ministero dei beni culturali  un ingegnere con cinque mandati parlamentari alle spalle (Tore Cherchi), Pigliaru ci mette un funzionario regionale in pensione con competenze  di bilancio (Alessio Loi) ed una psichiatra (Angela Maria Quaquero) ed, infine, un magistrato della Procura di Cagliari recentemente pensionato (Mario Marchetti) per conto del Comune.

E il consiglio precedente non era meglio: un costruttore edile (Cualbu), un altro senatore di lungo corso (Cabras), un notaio (Contu). Faceva tenerezza la sincera dichiarazione che fece a suo tempo l’Onorevole Oppi, chiamato  anche lui all’Ente, che dichiarò la propria incompetenza, “me lo ha chiesto un amico -si giustificò a un cronista dell’Unione- e non ho potuto sottrarmi”.

Personalità di spessore (e mediamente attempate) nessuna delle quali, però, può vantare  una minima competenza in materia di organizzazione teatrale, promozione e programmazione culturale, ossia incompetenti a valutare, programmare, promuovere sia attività di pubblico spettacolo che  percepire e pianificare strategicamente l’ampio respiro della cultura regionale, per non entrare nei noiosi dettagli dell’antichissima professione di organizzatore teatrale e delle sue rognose incombenze.

Che il primo motore (almeno per budget) della cultura in città sia in mano a persone degnissime ma poco avvezze alla materia genera considerazioni non rinviabili.

Intanto che parlare di cultura in città sia considerata una attività da Bar Sport, su cui tutti possono discutere come si fa per il calcio (e questo è un bene) ma non tutti sono in grado di portare a sintesi e realizzare (e questo invece non lo è) indipendentemente da percorsi umani e professionali,  passioni realizzate e competenze maturate ed, ovviamente, dai costi sostenuti dall’Erario.

Affidereste la gestione di una centrale elettrica (una diga, l’ordine pubblico, una mensa scolastica, una torre di controllo aereo) a un regista teatrale, a un chirurgo, a un latinista o un semiologo?

Per l’Ente lirico questo buon senso non vale: apparentemente di cattiva gestione teatrale non muore nessuno.

Non vale e non è nemmeno accettabile la giustificazione che questa “non regola” dell’incompetenza valga per tutti gli enti pubblici (casic, sogaer, area portuale, ente fiera, per citarne alcuni vicini), e invece sarebbe vero il contrario.

Questo è un vizio brutto della politica che paghiamo noi  (i 137 euro medi a spettatore, nello specifico) anche in termini di offerta culturale, ambizioni cittadine, posti di lavoro.

E se gli sponsor dell’Ente ripensassero (perché è giusto che chi mette i soldi voglia anche decidere) le modalità di nomina sarebbe un piccolo, ma importante passo avanti: sono certo che tra i tanti ambiziosi qualche appassionato competente si possa magari trovare.

Difficile sarà accantonare, per un momento, il manuale Cencelli.

 

 

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