Silvia Sechi Torralba: L’isola dell’arte amministrata e mai ribelle!

Silvia Sechi Torralba: “L’isola dell’arte amministrata e mai ribelle!”

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“Mancano progetti coerenti, seguiti con motivazione dai piani alti. Mi piacerebbe una Sardegna attenta al contemporaneo e mi piacerebbe vedere alle mostre tanta gente comune disposta ad aprirsi al nuovo. C’è tanto da svecchiare, ancor di più con la diffusione del modello aziendale di gestione culturale e artistica nelle istituzioni, che si affaccia timidamente anche nell’isola poggiandosi davvero su basi d’amianto. Il rischio è che la cultura si trasformi in amministrazione senza ribellione alcuna da parte dei creativi.”

 

Silvia, lavorare e ricercare il senso dei linguaggi artistici contemporanei a partire dall’isola non è semplicissimo, la realtà geografica è quella di un isola dove l’Accademia di Belle Arti esiste da neanche trent’anni e dove spesso si ha la sensazione di stare ancora vivendo in maniera attiva un processo di alfabetizzazione sulle dinamiche dell’arte contemporanea quando ci si espone e ci si manifesta con il proprio lavoro, mi sbaglio?

Nella pratica la Storia dell’Arte nell’isola sembra cominciare a partire dalla Rivoluzione industriale e si parte di storia italiana nata e rappresentata come periferica…

Vivere in un’isola come la Sardegna condiziona chi fa arte sotto vari punti di vista.

La difficoltà piú grande sta nel riuscire a sconfinare i limiti,di visibilitá, di apertura al contemporaneo e di affermazione identitaria dell’artista, imposti dai confini geografici e dalle difficoltá logistiche. Indubbiamente fare arte in provincia non è come farla in una metropoli, sono diversi gli stimoli.

La delimitazione ti costringe a pensare in piccolo.

Per questo è importante muoversi, viaggiare, informarsi costantemente.

La mia sensazione è che uno dei problemi di base sia l’educazione all’arte,l’alfabetizzazione dello studente, a partire dall’interno degli Istituti d’arte e della giovane (almeno sulla carta) Accademia di Belle Arti, dove credo prevalga la tendenza a screditare il mestiere, o meglio ad educare l’allievo a non prendere troppo sul serio quello che fa, a non definirsi “artista”.

Spesso il percorso accademico di uno studente si basa piú sul gusto estetico del docente che sull’evoluzione di una traiettoria consapevole. Si cresce pensando che artista non sia chi dipinge, scolpisce, assembla, ma chi fa le mostre istituzionali, chi ha un gallerista che lo segue,una penna che scrive di lui.

Questo clima produce una leva di studenti con le idee confuse che crescono in un ambiente gerarchico limitante, che si ritrovano a fare mostre in una fase acerba, senza sapere cosa stanno mostrando e per scelta altrui, o che al contrario si ritrovano confinati in un immaginario Salon des refusés che terminati gli studi artistici si trasforma in “fare un mestiere vero, perché l’arte non lo é”.

La docenza dovrebbe essere la guida rispettosa di un percorso e la fonte di apertura di orizzonti, ma spesso non é così.

Un discorso a parte è l’alfabetizzazione della popolazione.

L’arte va spiegata, va capita, soprattutto in riferimento al contemporaneo.

Spiegata alle istituzioni e al pubblico.

Se non c’è educazione tra chi la fa, non si può pensare di conquistare la vecchina che passa ignara davanti ad uno spazio espositivo, perché proseguirà senza un briciolo di curiosità nel suo percorso verso la chiesa del quartiere, a meno che non sia la nonna dello scultore; come dicevo prima, è una questione di educazione allo sconfinamento.

Mancano progetti coerenti, seguiti con motivazione dai piani alti.

Mi piacerebbe una Sardegna attenta al contemporaneo e mi piacerebbe vedere alle mostre tanta gente comune disposta ad aprirsi al nuovo.

C’è tanto da svecchiare, ancor di più con la diffusione del modello aziendale di gestione culturale e artistica nelle istituzioni, che si affaccia timidamente anche nell’isola poggiandosi davvero su basi d’amianto.

Il rischio è che la cultura si trasformi in amministrazione senza ribellione alcuna da parte dei creativi.

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“Sin da piccola ho avuto il privilegio di conoscere da vicino l’arte di Goya. Crescendo in contatto con l’Aragona, è impossibile non assimilare la sua arte, dentro e fuori casa. Goya è davvero un artista pop, nel senso più popolar-democratico del termine. Credo che questo mi abbia educato inconsciamente o consciamente ad esprimere il sarcasmo visivo alla sua maniera, inquieta appunto. Il mio lavoro oggi, è root-pop imposto da Goya.”

 

Il tuo lavoro coglie bene questo aspetto, catapultando la classicità del fare artistico con visioni pop che raccontano una inquietudine di fondo, il tuo sembra un pop imposto, “bad pop”…

In generale, sono un’osservatrice d’arte.

Amo il classico, la buona pittura, le proporzioni, il disegno accademico (e parlando di limiti,mi sento un po’intrappolata in questo), cosí come la pop art italiana e la odierna street art.

Imparo molto dall’osservare l’opera altrui, dalle suggestioni che mi suscita, parlo sia delle esperienze del passato che del contemporaneo, noto e meno noto.

Sono ossessionata dai giocattoli della mia infanzia e li uso come strumento di comunicazione.

E mi piace il colore.

Sin da piccola ho avuto il privilegio di conoscere da vicino l’arte di Goya. Crescendo in contatto con l’Aragona, è impossibile non assimilare la sua arte, dentro e fuori casa.

Goya è davvero un artista pop, nel senso più popolar-democratico del termine.

Credo che questo mi abbia educato inconsciamente o consciamente ad esprimere il sarcasmo visivo alla sua maniera, inquieta appunto.

Il mio lavoro oggi, è  root-pop imposto da Goya.

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“Sono una disertrice di inaugurazioni, perché mi ricordano che l’arte non arriva alla gente comune e che quasi sempre l’evento si riduce a una specie di festa in famiglia. A parte questo e con le dovute eccezioni, tra gli artisti ci sono poca solidarietà e voglia di stimarsi, molto individualismo e diffidenza, in una lotta alla conquista degli assessorati alla cultura, quasi sempre indifferenti e tesi alla non valorizzazione delle risorse autoctone per fare cultura.”

 

Quanta reale dialettica c’è nell’isola tra gli artisti che la abitano?

Ti chiedo questo perché i linguaggi si sviluppano ed autoalimentano quando sanno interfacciarsi e relazionarsi tra loro…

Mi ricollego alla prima domanda: l’alfabetizzazione e i limiti geografici e logistici di un’isola, influenzano anche la coesione tra artisti e indubbiamente ne risente tutta la categoria, anche nel rapporto con le istituzioni.

Parlo della realtà che conosco, quella della provincia di Sassari: spazi d’arte contemporanea validi, ma chiusi 360 giorni all’anno per carenza di fondi (o per mancanza di operatori con voglia di mettersi in gioco?), esposizioni nei bar autogestite, gallerie ancorate a vecchi sistemi di valorizzazione e diffusione dell’arte, scarso coinvolgimento della popolazione.

A questo proposito, ammetto che sono una disertrice di inaugurazioni, perché mi ricordano che l’arte non arriva alla gente comune e che quasi sempre l’evento si riduce a una specie di festa in famiglia.

A parte questo e con le dovute eccezioni, tra gli artisti ci sono poca solidarietà e voglia di stimarsi, molto individualismo e diffidenza, in una lotta alla conquista degli assessorati alla cultura, quasi sempre indifferenti e tesi alla non valorizzazione delle risorse autoctone per fare cultura.

Esistono tanti piccoli gruppi operativi che sono come circoli chiusi, o che si fanno la guerra fredda in nome di scale di valore qualitativo piú o meno opinabili.

Ma non credo sia un problema solo sardo, il mondo in fondo è una grande provincia.

Penso che si possa imparare molto da tutti, che possa esserci qualitá sotto un gazebo bianco all’aria aperta come sopra il parquet dei musei. In molti paesi questo è pane quotidiano.

In Sardegna ci sono tanti creativi con voglia e capacità, ma la diffusione dell’arte dovrebbe rinnovarsi coi tempi, non solo attraverso l’utilizzo del web.

Si dovrebbe superare l’idea degli spazi tradizionali come sinonimo di qualitá, e non avere paura di utilizzare nuovi canali, per arrivare all’esterno.

"In Sardegna ci sono tanti creativi con voglia e capacità, ma la diffusione dell'arte dovrebbe rinnovarsi coi tempi, non solo attraverso l'utilizzo del web. Si dovrebbe superare l'idea degli spazi tradizionali come sinonimo di qualitá, e non avere paura di utilizzare nuovi canali, per arrivare all'esterno."
“In Sardegna ci sono tanti creativi con voglia e capacità, ma la diffusione dell’arte dovrebbe rinnovarsi coi tempi, non solo attraverso l’utilizzo del web.
Si dovrebbe superare l’idea degli spazi tradizionali come sinonimo di qualitá, e non avere paura di utilizzare nuovi canali, per arrivare all’esterno.”
 
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