Sorride sempre come vendesse bibite

di Antonio Musa Bottero

Un intero paese che in questo momento sta cercando di fare l’esegesi delle parole di un coglione che sorride sempre come se vendesse bibite.

Un intero paese in preda alla più grande crisi sociale della sua intera storia repubblicana concentrato su un tema ridicolo e liberticida come il taglio dei parlamentari.

Un paese che non ha più percezione di sé, che confonde politica e spettacolo, uomini e feccia, uomini e avventurieri bramosi di potere personale.
Un paese allo sbando più totale.

Un paese di nulla.

E del nulla, ci insegna la storia, se ne impadronisce il fascismo.

A tal proposito due righe tratte da “M il figlio del secolo” di Antonio Scurati:

“Affacciamo sulla piazza del Santo Sepolcro. Cento persone scarse, tutti uomini che non contano niente.

Siamo pochi e siamo morti.

Aspettano che io parli ma io non ho nulla da dire.
[…] Lo vedo, tutto questo lo vedo con chiarezza in questa platea di deliranti e derelitti, eppure non ho niente da dire.

Siamo un popolo di reduci, un’umanità di superstiti, di avanzi.

Nelle notti di sterminio, acquattati nei crateri, una sensazione simile all’estasi degli epilettici ci ha scossi.

Parliamo brevemente, laconici, assertivi, a raffiche. Mitragliamo le idee che non abbiamo, poi subito ricadiamo nel mutismo.

Siamo come fantasmi d’insepolti che hanno lasciato la parola tra la gente delle retrovie.

Eppure questa, solo questa è la mia gente.

Lo so bene.

Io sono lo sbandato per eccellenza, il protettore degli smobilitati, lo sperduto alla ricerca della strada.

Ma l’azienda c’è e bisogna portarla avanti.

In questa sala semivuota, dilatate le narici, fiuto il secolo, poi tendo il braccio, cerco il polso della folla e sono sicuro che il mio pubblico ci sia.

[…] Perché dovrei parlare a questi uomini?!

A causa loro i fatti hanno superato ogni teoria. È gente che prende la vita d’assalto come un commando.

Ho davanti a me solo la trincea, la schiuma dei giorni, l’area dei combattenti, l’arena dei folli, il solco dei campi arati a colpi di cannone, i facinorosi, gli spostati, i delinquenti, i genialoidi, gli oziosi, i playboy piccolo-borghesi, gli schizofrenici, i trascurati, i dispersi, gli irregolari, nottambuli, ex galeotti, pregiudicati, anarchici, sindacalisti incendiari, gazzettieri disperati, una bohème politica di reduci, ufficiali e sottoufficiali, uomini esperti nel maneggio di armi da fuoco o da taglio, quelli che la normalità del rientro ha riscoperto violenti, i fanatici incapaci di vedere chiaro nelle proprie idee, i sopravvissuti che, credendosi eroi votati alla morte, scambiano una sifilide mal curata per un segno del destino. Lo so, li vedo qui davanti a me, li conosco a memoria: sono gli uomini della guerra. Della guerra o del suo mito.

Li desidero, come il maschio desidera la femmina e, insieme, li disprezzo.

Li disprezzo, sì, ma non importa: un’epoca è finita e un’altra è cominciata.

Le macerie si cumulano, i rottami si richiamano a vicenda. Io sono l’uomo del “dopo”. E ci tengo. È con questo materiale scadente – con questa umanità di risulta – che si fa la storia.
In ogni caso, questo ho davanti. E alle spalle niente.

Alle spalle ho il 24 ottobre del millenovecentodiciassette.

Caporetto.

L’agonia della nostra epoca, la più grande disfatta militare di tutti i tempi.

Un esercito di un milione di soldati distrutto in un fine settimana.

Alle spalle ho il 24 novembre del millenovecentoquattordici.

Il giorno della mia espulsione dal Partito socialista, la sala della Società umanitaria in cui maledissero il mio nome, gli operai di cui fino al giorno prima ero stato l’idolo che si atterravano a vicenda per aver l’onore di prendermi a cazzotti.

Ora ricevo ogni giorno i loro auguri di morte.

La augurano a me, a D’Annunzio, a Marinetti, a De Ambris, anche a Corridoni che è caduto quattro anni fa nella terza battaglia dell’Isonzo. Augurano la morte ai già morti.

A questo punto ci odiano per averli traditi.

Le folle “rosse” presentono l’imminenza del loro trionfo.

In sei mesi sono crollati tre imperi, tre casate che governavano l’Europa da sei secoli.

L’epidemia d’influenza “spagnola” ha già contagiato decine di milioni di vittime. Gli avvenimenti traducono sussulti apocalittici. La settimana scorsa a Mosca si è riunita la Terza Internazionale comunista.

Il partito della guerra civile mondiale. Il partito di quelli che mi vogliono morto. Da Mosca a Città del Messico, su tutto l’orbe terrestre.

Inizia l’epoca della politica delle masse e noi, qua dentro, siamo in meno di cento. Ma anche questo non importa.

Nessuno crede più alla vittoria.

È già venuta e sapeva di fango.

Questo nostro entusiasmo – giovinezza, giovinezza! – è una forma suicida di disperazione.

Siamo con i morti, rispondono loro al nostro appello in questa sala semivuota, a milioni.

Giù in strada le grida dei garzoni invocano la rivoluzione.

Noi ridiamo.

La rivoluzione l’abbiamo già fatta.

Spingendo a calci questo Paese in guerra, il 24 maggio del millenovecentoquindici.

Ora tutti ci dicono che la guerra è finita.

Ma noi ridiamo ancora.

La guerra siamo noi.

Il futuro ci appartiene.

È inutile, non c’è niente da fare, io sono come le bestie: sento il tempo che viene.”

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