SPRING BREAKERS: IL FILM PER CAPIRE IL TRAP

SPRING BREAKERS: IL FILM PER CAPIRE IL TRAP

Cominciamo dalla fine: Spring Breakers non è un gran film, si assesta piuttosto su una sufficienza stiracchiata.

Ma non è cinematografico il suo interesse.

Il suo pregio è radiografare sociologicamente un passaggio fondamentale: quello tra l’ultima generazione gangsta rap e la nuova generazione trap.

Passaggio di consegne sancito nel film dal rapporto di figliolanza spirituale fra il gangsta afro Archie (il trapper Gucci Mane) e il criminale bianco Alien (James Franco), passaggio che avviene tramite la rottura apportata dalle 4 amiche adolescenti in vacanza, che attratte dallo stile di vita di Alien lo seguiranno in un percorso di autodistruzione in cui il mentore è destinato alla morte, mentre le 4 amiche ne raccoglieranno (in modi diversi) il testimone.

E’ un film dichiaratamente e orgogliosamente antipsicologico e antilineare, ciò che conta non sono le storie individuali (appena abbozzate), ma gli ambienti geografici e sociali, e a sovrastare tutto l’ossessione americana per il denaro e il potere, chiunque li detenga, dovunque li eserciti e in qualunque modo li usi.

Il punto di partenza è indicativo: 4 amiche adolescenti della profonda provincia americana, 3 bianche e un’ispanica, classe media impoverita, tanto da non aver i soldi per la tradizionale vacanza primaverile (lo Spring Break del titolo).

Quando i soldi sono tutto, come procurarseli non è un problema: 3 della quattro amiche rapinano con pistola e martello il fast food cittadino, esperienza che non gli crea alcuna crisi morale, anzi.

Qui c’è il primo particolare interessante: il passaggio dalla tranquilla vita da studentesse a quella da piccole criminali non crea alcun problema etico, non è un trauma e nemmeno un cambio di prospettiva, piuttosto un’esperienza emozionante fra le altre, non diversa dalle droghe o dal sesso.

Ottenuti illegalmente i soldi le ragazze partono per le spiagge della California: seguono feste fra adolescenti a base di sesso, alcool, droga, il tutto ritmato da un misto fra rap e pop iper mainstream (Britney Spears), in cui conoscono Alien, un cantante rap di discreto successo che quando non rappa spaccia.

Alien aggiungerà al codazzo di sesso e droga un surplus interrazziale di avanzi di galera ipertatuati, armi da fuoco, scontri fra gang.

Qui il secondo punto interessante: solo una fra le ragazze è impaurita dal cambio di frequentazioni e di scenario tanto da andarsene, le altre trovano il mondo di Alien solamente più emozionante, più “vero”, più “familiare”, rispetto all’universo dei collegiali in libera uscita.

E’ come se l’immaginario di queste adolescenti fosse stato a lungo abituato a questo tipo di ambiente sociale, e l’incontrarlo realmente non fosse un salto, ma un semplice caso.

Saranno le 3 amiche, alla ricerca di emozioni sempre più forti, a spingere Alien allo scontro con Archie: quest’ultimo, ancora legato all’etica della gang con la sua omertà, i suoi segni di rispetto e la suddivisione dei territori e dei businness con i concorrenti è costretto ad entrare in collisione con Alien e le sue 3 amanti, che invece quell’etica etnico-criminale la rifiutano come un residuo arcaico sopravvissuto a se stesso.

Nello scontro finale Archie e Alien moriranno, mentre le amiche rimaste prenderanno il loro testimone, senza alcun rimpianto né debito verso di loro: sono le ragazze infatti le rappresentanti della nuova generazione trap… giovani, bianche, di classe media impoverita, amorali, fissate sull’attimo, ossessionate dal denaro e dal piacere, disinteressate a ogni valore tradizionale (sia esso maggioritario o della controcultura gangsta), non hanno interiorità o nemmeno una vera e propria psicologia, semplicemente aderiscono ad un ambiente e al culto religioso del denaro fino a confondersi con esso.

Non sono eroine né antieroine: sono l’avanguardia di una nuova massa totalmente slegata da qualsiasi passato, e disinteressata ad avere un qualsiasi futuro.

Federico Leo Renzi

 

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