STATO D’EMERGENZA PERENNE: POSTDEMOCRAZIA

Sale alla ribalta la variante omicron (o Sudafricana, come preferite) e la Pfizer annuncia che fra 100 giorni dovrebbe già avere pronto il vaccino, mentre l’esecutivo Draghi annuncia che questa variante pericolosissima probabilmente lo costringerà a prolungare lo stato d’emergenza.
Quindi contro ogni nuova variante di un virus ad altissimo tasso di mutazione come il covid, la soluzione è un nuovo vaccino con il prolungamento di un esecutivo emergenziale necessario per contenere tale variante fino alla vaccinazione di massa di tutta la popolazione.
Praticamente è come stabilire che lo stato d’emergenza non terminerà mai.

LE VARIANTI, LO STATO D’EMERGENZA PERENNE, LA POSTDEMOCRAZIA

Partiamo dall’assunto base:
il Covid è un virus ad altissimo tasso di mutazione, e la sua circolazione è globale (causa spostamenti di lavoro, di merci, migrazioni economiche, ecc) quindi ogni variante nata in qualsiasi parte del mondo si diffonde in brevissimo tempo nel resto del globo.
Alcune di questi varianti bucano il vaccino, che in teoria è progettato per l’ultima variante dominante conosciuta, ergo le case produttrici di vaccini devono riprogettare il proprio prodotto perché copra dalla variante capace di aggirarlo.
Per far questo gli servono mesi di ricerca (Pfizer ipotizza 100 giorni per realizzare un vaccino che copra dalla variante Omicron), più ovviamente il tempo di produzione in massa delle dosi, la distribuzione ai vari stati nazionali, ed infine la vaccinazione di massa condotta da questi ultimi.
Ora arriviamo all’assunto politico: secondo i teorici dello stato d’emergenza, questo andrà prolungato finché nasceranno varianti capaci di bucare i vaccini.
Questo perché lo stato d’emergenza ha la funzione di emanare provvedimenti straordinari d’applicazione immediata (sospensione della didattica in presenza, coprifuoco, lockdown mirati, ecc) con il fine di contenere i contagi finché il processo di vaccinazione dei cittadini verso la nuova variante non è completato.
Attualmente il processo di creazione del vaccino, il suo acquisto, la sua produzione di massa, la sua distribuzione alla popolazione in Occidente (perché il resto del mondo, in particolare i paesi poveri, è escluso a priori da questo calcolo) prende all’incirca un anno, tempo nel quale emerge un’altra variante, che buca il vaccino progettato per l’ultima conosciuta, che implica il ricominciare da capo il processo.
Detto semplice, lo stato d’emergenza diventa perenne per la natura stessa del Covid.
Se la produzione di varianti nasce fra le popolazioni con nullo o scarso accesso al vaccino, praticamente tutto il mondo esclusa l’Europa, gli USA e l’Australia sono un immenso terreno di cultura di mutazioni che rendono impossibile a priori arrivare ad una convivenza con il Covid.
La convivenza con il Covid (così come è pensata dai teorici dello stato emergenziale) può avvenire solamente quando quest’ultimo sarà stabile, quindi si troverà un vaccino capace di non essere aggirato, e gli stati riusciranno a vaccinare con tale prodotto la larghissima parte della popolazione (80%? 90%? 100%?).
Questa idea presuppone che l’Occidente sia un sistema politicamente, economicamente, demograficamente chiuso e che non abbia contatti con il resto del mondo, assunto che data la natura strutturalmente globale del sistema economico sarebbe una contraddizione logica al limite della schizofrenia, se non fosse che i teorici dello stato emergenziale non hanno l’obbiettivo questo termini, ma la sua stabilizzazione come forma standard di ordinamento politico.
Lo stato emergenziale quindi diventa la base su cui costruire quel che in politologia viene denominato postdemocrazia, e di cui l’Italia al momento è l’esempio più avanzato.
Nella postdemocrazia l’emergenza (oggi sanitaria, domani climatica) è ritenuta strutturale e viene concepita non come problema politico, cioè un problema soggetto a discussione, poiché passibile di diverse soluzioni, compromessi, ecc ma come un problema tecnico-scientifico a cui esistono solo soluzioni di tipo tecnico-scientifico, soluzioni che possono essere partorite e applicate solamente da un’esigua minoranza di tecnici iperspecializzati ed efficaci solo se vengono applicate immediatamente dopo la loro elaborazione, bypassando i lunghi tempi di discussione, rielaborazione, compromesso tipico delle democrazie parlamentari occidentali.
Nella postdemocrazia economia e scienza sono la medesima cosa, perché l’emergenza oggi sanitaria e domani climatica hanno effetti tanto sulla salute dei cittadini quanto sul sistema economico, e quindi fra il coprifuoco e la detassazione dei redditi della classe media in questo quadro concettuale non c’è alcuna differenza: sono entrambe misure tecniche dovute alla pandemia, e quindi entrambe egualmente non passibili di discussione, rielaborazione, cambiamenti.
La postdemocrazia a livello di prassi è indistinguibile da uno stato autoritario, ma formalmente rimane una democrazia, quindi il voto, la costituzione, la libertà di stampa ecc non vengono aboliti per legge, poiché l’emergenza viene concepita come stato d’eccezione, mentre la democrazia viene ritenuta il modello normale di ordinamento dello stato… vengono svuotati de facto, ma formalmente rimangono intatti. Quindi a livello puramente teorico, se il covid non mutasse più, venisse prodotto un vaccino capace di non essere bucato, l’intera popolazione mondiale venisse vaccinata la postdemocrazia cadrebbe e si tornerebbe alla democrazia pre Covid.
Come abbiamo nel ragionamento sopra questo è impossibile data la natura stessa del Covid, la strutturale interdipendenza globale delle economie nazionali, la scarsa o nulla diffusione del vaccino nei paesi poveri.
Ne consegue quindi che la postdemocrazia (o come preferisco chiamarla io, l’autoritarismo neoliberale) diventa la forma strutturale di governo a cui tutti gli stati prima o poi si adegueranno, anche in vista dell’altra grande emergenza sul tavolo, ossia quella climatica.
Come risulta quindi evidente, i teorici dello stato d’emergenza per combattere la pandemia di Covid arrivano logicamente all’abolizione de facto della democrazia e alla sua sostituzione con uno stato postdemocratico retto da un consesso di competenti (economisti, imprenditori e scienziati) la cui funzione è individuare soluzioni tecniche immediate ed efficaci per risolvere emergenze che sono per loro stessa natura sistemiche, cioè permanenti… e tutto ciò senza dover fare alcun golpe, creare costosi partiti di massa, ecc ma semplicemente impadronendosi dei gangli fondamentali dello stato democratico e svuotandoli di ogni potere.
Federico Leo Renzi
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