Stefania Lai: Nell’isola non esiste una “lista della spesa” per l’arte.

Stefania Lai: Nell’isola non esiste una “lista della spesa” per l’arte.

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“Le donne sono ciò che per lungo tempo ho ritratto avendo necessità di conoscere perfettamente me stessa e loro. In un certo periodo mi era quasi impossibile o per lo meno non mi soddisfaceva, un altro tipo di soggetto. Allo stesso tempo la presenza femminile è espressione dell’intimo ma anche della Dea. Il femminile tutto mi interessa, non vorrei costringerlo in modus o categorie. Il femminile tutto è in ogni pietra, foglia , essere umano e non.”

Partiamo da quella che mi sembra essere una costante del tuo lavoro, la presenza femminile, la donna.

Quanto è un racconto intimo e quanto è legato al mito della “Dea Madre” che tra l’altro qualche archeologo ha ipotizzato essere una creazione di donna?
Potrei definire il mio lavoro come un racconto intimo cronologico, che a posteriori rileggo come uno scritto, a volte troppo esplicito e rivelatore. La donna si inserisce in questo contesto semplicemente come il riflesso di me in uno specchio o come le mille sorelle che mi vivono intorno. 

E’ inevitabile plasmare  il materiale che si è raccolto nel tempo, la nostra storia contamina, ciò che da noi viene.

Il sentire è un contenuto malleabile.

Si può rappresentare una natura morta che contiene tutta la disperazione dei campi di sterminio, come fece Zoran Music per lungo tempo dipingendo mucchi di frutti ” disperati “,  prima di permettere a se stesso di raffigurare davvero l’orrore dell’ olocausto ed i cadaveri accatastati a decine.

Un racconto intimo quindi può essere contenuto  nella rappresentazione di qualcosa che all’apparenza è molto distante o non richiama all’intimità nel pensiero comune.

Trovo che ci sia molto di me nei tratti di una caffettiera germogliante, almeno quanto sta in un autoritratto.

E’ un simbolo che racchiude molto del femminile di cui mi chiedi, per quanto possa risultare incomprensibile ai più.

Mettermi all’opera con un progetto in mente  lasciando comunque  un canale aperto all’imprevisto è la cifra alla quale dò forse maggior valore, mi incuriosisce la strada che prenderà il mio lavoro quando l’ho fra le mani, ciò che ho intenzione di fare in principio si rivela sempre superabile, ampliabile, solo un passaggio di ciò che dev’essere.

Questo credo sia valido per chiunque crei, spesso le opere si impongono in un determinato modo come i personaggi di un romanzo ad un certo punto prendono svolte che lo scrittore non avrebbe voluto.

Le donne sono ciò che per lungo tempo ho ritratto avendo necessità di conoscere perfettamente me stessa e loro.

 In un certo periodo mi era quasi impossibile o per lo meno non mi soddisfaceva, un altro tipo di soggetto.

  Allo stesso tempo la presenza femminile è espressione dell’intimo ma anche della Dea.

Il femminile tutto mi interessa, non vorrei costringerlo in modus o categorie.

Il femminile tutto è in ogni pietra, foglia , essere umano e non.

Della donna, che conosco bene, mi piace la forza, amo il colore , la determinazione, l’intelligenza.

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“Il limite come diaframma fra la certezza e il pericolo; è molto interessante comprendere quanto esso si debba rispettare oppure quanto si voglia infrangerlo. Mi piace molto utilizzare materiali diversi, tentare strade, fare piccole ricerche, alcune delle quali abbandono prontamente quando comprendo che ciò che avevo immaginato il materiale non lo concede. Ho molta curiosità per ogni possibile utilizzo degli oggetti comuni in questo momento, della loro accumulata forza evocativa, percorro nuove strade a piccoli passi come pure continuo a dipingere e disegnare incessantemente.”

 

 Attraversi i linguaggi dell’arte, senza rinunciare alla tua poetica, il media è solo uno strumento da modellare per la sensibilità e la poetica di un’artista contemporanea?

Rinunciare alla propria poetica, chi può farlo?

Sono convinta che ci si possa muovere consapevolmente o meno sempre al suo interno.

I miei ovai di vetro e le donne dormienti sono parenti stretti, uno è un intricato volume di fili di vetro con crisalidi di lana, l’altro è un olio su tela, sono apparentemente due ricerche distanti, ma non è così in realtà.

Alla base ci sono i grembi fertili, il rosso, l’attesa e il calore.  

Il media ha un carattere, esiste, ha corpo e leggi , per cui anch’esso dà possibilità e pone limiti, non è solo uno strumento ma un attore con quale si gioca a vedere chi parla più forte.

Ma la poetica è la base dalla quale si parte per qualsiasi direzione, per  cui si diramano passi, tentativi, si portano a compimento evoluzioni, sempre partendo dalla propria struttura , dal proprio, personale, bagaglio di teorie, pensieri e storie.  

Devo dire che mi piace molto quello spazio fra la possibilità ed il limite che il mezzo espressivo può offrire.

Il limite come diaframma fra la certezza e il pericolo; è molto interessante comprendere quanto esso si debba rispettare oppure quanto si voglia infrangerlo.

Mi piace molto utilizzare materiali diversi, tentare strade, fare piccole ricerche, alcune delle quali abbandono prontamente quando comprendo che ciò che avevo immaginato il materiale non lo concede. Ho molta curiosità per ogni possibile utilizzo degli oggetti comuni in questo momento, della loro accumulata forza evocativa, percorro nuove strade a piccoli passi come pure continuo a dipingere e disegnare incessantemente.

Il vetro stesso, materiale che uso da tempo e col quale adesso sono in grande confidenza, ha limiti che possono essere aggirati, e si comporta come a volte non ci si aspetta.

Acquisisce plasticità e morbidezza, elasticità che non sembrano proprie di un materiale così fragile.

Credo che si possa esprimere con diversi linguaggi,senza perdere la propria connotazione, senza poter essere accusati di andare a tentoni nel buio. 

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“I committenti svaniti nel nulla negli anni della crisi, il mecenatismo è un sogno ad occhi aperti. Non c’è sufficiente dialettica fra artisti e istituzioni, queste ultime si occupano d’altro e se le si interpella relativamente a progetti anche interessanti non è affatto facile vedere la dialettica materializzarsi in qualcosa di oggettivamente utile, ma soprattutto è avvilente dover insistere anche solo per avere un poco di considerazione. Fare gli artisti è difficile qui in Sardegna. Non veniamo cresciuti con il pane dell’arte, l’arte rientra nella lista della spesa sempre con più difficoltà. E ciò si traduce nel non sapere cosa sia e quindi nel non sentirne la mancanza.”

Quanta reale dialettica nell’isola c’è tra gli artisti e tra gli artisti e le istituzioni?

Si può cominciare a ragionare sulle specificità dei linguaggi artistici e degli “artisti residenti” nell’isola o ragionare sulla propria specificità identità e culturale e destinata a restare utopia?

La Sardegna per ciò che concerne l’arte è matrigna, c’è poco da fare , o meglio c’è moltissimo ancora da fare.

Pochi i musei.

I committenti svaniti nel nulla negli anni della crisi, il mecenatismo è un sogno ad occhi aperti.

Non c’è sufficiente dialettica fra artisti e istituzioni, queste ultime si occupano d’altro e se le si interpella relativamente a progetti anche interessanti non è affatto facile vedere la dialettica materializzarsi in qualcosa di oggettivamente utile, ma soprattutto è avvilente dover insistere anche solo per avere un poco di considerazione.

Fare gli artisti è difficile qui  in Sardegna.

Non veniamo cresciuti con il pane dell’arte, l’arte rientra nella lista della spesa sempre con più difficoltà.

E ciò si traduce nel non sapere cosa sia e quindi nel non sentirne la mancanza. 

Certo poi c’è qualche nome che meritevolmente  ha sfondato il muro di gomma ed è stato riconosciuto, Deo gratias! 

Ma di contro nomi interessanti e chissà quanti sconosciuti talenti che lavorano per una possibilità che arriverà chissà quando.

Me lo sento dire quotidianamente da amici artisti, quanto sia più difficile qui che oltre mare, dove pure non è un momento facile.

Qualche tempo fa toccai con mano la differenza.

Il tuo lavoro  in alcuni luoghi è una carta da giocare, l’insieme delle cose che hai fatto, la tua poetica, ciò che hai da dire , le tue immagini, hanno un valore più facilmente riconoscibile.

E’ più facile essere apprezzati, venire coinvolti ,trovare spazi e gratificazioni ,oltre mare…

Esiste, nonostante tutto del fermento artistico adesso sull’isola e c’è di contro anche chi riesce ad unirsi in gruppi che lavorano stabilmente o con un ritmo costante, insieme.

Però son davvero artisti che si fanno da sé, autofinanziandosi, con enormi sforzi riescono a stare nell’arte e portare a casa la cosiddetta “ pagnotta”.

Mentre se l’arte vedesse riconosciuto il proprio valore di elemento fondante di una cultura alta, buona, utile, di tutti, e quindi anche la propria potenzialità educativa e preventiva di ogni degrado, allora non potrebbe che essere favorita, sovvenzionata, spinta ed alimentata ad ogni livello.

Collaborare non è scontato, un po’ per il classico narcisismo , ingannevole, che suggerisce di realizzarsi da soli, e rifugia in quell’individualismo che ormai dovrebbe lasciare il posto alla condivisione e collaborazione; un po’ perché ( nemo propheta in patria ) spesso si stringono legami con chi è oggettivamente lontano. Paradossalmente i social, croce e delizia, hanno svolto un ruolo eccezionale di omogeneizzatore ed informatore.

Ora sappiamo chi pratica l’arte, cosa si fa, cosa bolle in pentola. 

Per quanto mi riguarda il social è il mezzo con il quale ho conosciuto gli ultimi tre artisti coi quali ho collaborato, sull’isola ed oltre, expò , mostre , performances ed installazioni alle quali poi mi sono avvicinata realmente.

Relativamente ad una “specificità degli artisti residenti ” non credo si possa individuarla così facilmente.

Credo che questo sia un  bene, oramai e per fortuna l’arte sfuma i confini e le distanze.

La nostra propria specifica identità culturale ci conforma, ma l’artista è un medium, per cui si lascia attraversare dalla contemporaneità e così da questa specificità si muove verso l’auspicabile contaminazione. 

 

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