Street art is dead

Street art is dead

Il muralismo e la street art, nel loro essere fenomeno di genere cominciano a stancarmi.
Il muralismo è di fatto tradizione secolare che si continua a lasciare passare come avanguardia, in realtà non è altro che il megafono delle istituzioni, con tanto di democratico bipolarismo critico tra governo e opposizione.
Il muralismo nasce per istruire e indottrinare le folle, arte pubblica fortemente vincolata alle istituzioni.
Poco importa se il muralismo legittimi storicamente il governo Messicano o un finanziatore privato, il muralismo da sempre lo si è fatto passare per avanguardia alternativa, in realtà fonda la sua comunicazione sugli stessi principi degli affreschi cristiani nelle cattedrali, indottrina.
In Italia il muralismo è comunicazione totalitaria, con tanto di “Manifesto della pittura murale” del 1933, firmato da Sironi e Carrà.
Nel secondo dopoguerra in Europa, si rappresenta come uno strumento di scontro o d’opinione, in Irlanda del Nord fioccarono per esempio murales pro o contro il Governo britannico.
Il muralismo come public art, nella pratica è l’evoluzione del muralismo, è un manifesto visivo che amplifica un messaggio politico, pensato per arrivare alle masse, alla collettività, calibrato sulle aspettative popolari o se preferite massmediatiche o virali, tende all’anonimato, al collettivo e alla negazione del professionismo, l’artista diventa non il pittore politico ma l’autentico e lo spontaneo.
Street e public art comunque (come il muralismo), si muovono al servizio del governo o dell’istituzione locale, utilizzano l’identità per canalizzare e ammortizzare critiche e recuperare spazi urbani e periferie.
Nella pratica in mezzo secolo si è passati, da un genere politico che commissionava lavori politici a artisti di mestiere come Rivera e Campigli, o Pinuccio Sciola per ragionare d’isola, a amministrazioni comunali diffuse che offrono spazi e commissioni a chiunque si proponga come artista residente armato del suo talento, poco conta il suo percorso di studio e il suo profilo professionale.
Questo stato dell’arte è un generatore di caos, su un doppio canale si muove un contemporaneo muralismo che è nello stesso tempo pro e contro le istituzioni.
La street art, quando non è public art, conserva la vocazione e la provocazione politica, ma si muove quando non opera su commissione, su territori di non negoziazione e clandestinità, accetta d’essere barbara e vandalica, e anche d’essere vandalizzata o distrutta, e anche questo è mercato.
La Street Art gioca ad apparire più credibile del muralismo, ma per farsi accettare e tradursi in muralismo contemporaneo, ne emula i contenuti.
Difficile individuare in questa traiettoria di percorso di genere della pittura, qualcosa che possa definirsi realmente ricerca di frontiera, si cerca soltanto d’essere comprensibili e fruibili, si riduce l’arte a comunicazione, rincorrendo la grafica pubblicitaria.
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