TAV

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Qualche anno fa, quando miss Italia faceva ancora “rumore”, era in auge il tormentone: “… e la pace nel mondo”.

Qualche genio della comunicazione aveva inteso superare la mondanità dell’avvenimento regalando alle balde giovinette un pizzico d’impegno politico, facendo terminare l’insulsa intervista individuale con “… e la pace del mondo”, appunto.
Da allora sono passati parecchi anni, ma le tecniche della comunicazione non sono cambiate affatto.

La differenza sta tutta nel tipo d’accoglienza, come dire, sempre meno smaliziata, dei destinatari dei messaggi.
E’ quanto viene alla mente ascoltando le prese di posizione pro TAV. Qualche variazione sul tema c’è, ma la sostanza è la ripetizione infinita di luoghi comuni di cui s’intuisce la perdita assoluta di significato reale.
Brevemente, ma conviene cominciare dall’inizio.

I conti effettuati recentemente sui costi e benefici, studiosi volonterosi li avevano già fatti allora, ma la loro voce era resa flebile dalle toghe, dai manganelli tutt’ora operativi e dalla potenza mediatica delle “ragioni” di chi coltiva la propria ricchezza con soldi pubblici, a prescindere se c’è o no un tornaconto per la collettività.


Posti di lavoro persi senza il buco.

Sull’argomento ho sentito cifre mirabolanti, spesso profferite col piglio di chi sostiene che la Madonna era vergine.

L’ultima è la Confindustria che parla di cinquantamila posti perduti.


Se poi questo non bastasse c’è il supporto del gioco di parole utile a trasformare interessi del tutto di parte, in interessi collettivi. A ciò mira, infatti, il discorso che privilegia TAV e simili, contrapposto di fatto alle necessità imprescindibili poste in Italia dal dissesto idrogeologico, dell’adeguamento antisismico delle abitazioni, dell’infimo servizio ferroviario destinato ai pendolari, ecc.

Quanti posti di lavoro creerebbe l’impiego degli otto miliardi risparmiati dalla TAV impegnandoli in queste opere pubbliche?

E quanti miliardi (oltre alle vite umane) sarebbero risparmiati in caso di calamità naturali?
Un tempo si ridacchiava per le miss politicizzate col Bignami.

Era un segno di comprensione di ciò che era sottinteso, ma oggi?
Siamo ancora capaci di capire quando ci si rifila una balla?

G Angelo Billia

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