“THAT’S IT!” AL MAMBO/MAMBA

RECENSIONE DELLA MOSTRA “THAT’S IT!” AL MAMBO/MAMBA

Ultima densissima puntata prima del massacro finale .

Dicevo che il catalogo della mostra è fatto da cani.

Per fortuna ho deciso di non citare i nomi degli artisti perché in certi casi è difficile identificarli nelle disordinate pagine della pubblicazione.  

Com’è evidente da quanto ho già postato si tratta per la quasi totalità di aspiranti artisti senza un lavoro che abbia un percorso identificabile: potremmo spostare le didascalie con i nomi e metterle nei posti sbagliati che nulla cambierebbe nelle loro carriere.

Ogni artista di questi oggi potrebbe presentare un tipo di lavoro e dopodomani potrebbe farne un’altro in barba a qualsiasi intenzionalità.


Visto che gira tanta gente che cita la Fenomenologia a sproposito, vorrei far notare che sulla parola “intenzionalità” alcuni uomini di pensiero hanno ragionato moltissimo e sono arrivati alla conclusione che questa è la caratteristica che differenzia gli uomini dalle macchine, per quanto queste siano evolute.


In queste opere generalmente manca qualsiasi intenzionalità come manca qualsiasi rimarchevole percorso coerente o necessità primaria.

Le opere sembrano fatte da fantasmi unicamente preoccupati di assemblare o permutare materiali e anche quando si concentrano su una modalità o un artificio tecnico circoscritto abbiamo una somma induttiva che non è dedotta da nulla e dalla quale non di deduce nulla.

In poche parole i lavori esposti sembrano stupidi e mi pare davvero che lo siano.
Quindi per l’ultima parte andrò di fretta tentando di essere più sintetico.

All’inizio del secolo passato Schwitters e Arp, tanto per citarne due, inaugurarono una sorta di scultura ottusa dove l’assenza di rimandi rappresentativi dava una valenza inaspettata e sorprendente al lacerto oggettuale: non tanto l’oggetto completo ma l’unione di brani smembrati dello stesso, in un non senso che nell’etica dadaista richiamava il Germinale.
Il lavoro a parete della prima foto riutilizza processi simili utilizzando elementi piatti che hanno un che di pezzi di mobilia in serie scomposti. L’inclinazione data alla composizione non la redime dal fatto che risulta sorda e inutile.
Se non ricordo male in una delle didascalie esplicative si parla di un riferimento a Bonnard che è arduo rinvenire qui.
Sarei curioso di sapere chi è stato l’insegnante di questo/a artista all’Accademia.

Non ho potuto controllare.

Io rischio e ci provo: Garutti?

Le didascalie lungo il percorso erano davvero comiche.

Mi dispiace non averle fotografate perchè non si può credere a quante scemenze vi fossero scritte.

Nel caso del lavoro della seconda foto io ci vedevo il solito quadro informe ma non “informale” abbinato con la stravista tecnica della mascheratura con lo scotch.

Nel testo esplicativo si parlava di riferimenti sociali o politici o altri pretesti del genere evidentemente provvisoriamente volatilizzatisi al mio passaggio.  Sappiamo che questo genere di riferimenti è piuttosto raro nella pittura astratta e anche nei casi in cui funzionano il rapporto è un pò tirato per i capelli, e a reggere ci possono essere pochi autori come Peter Halley o Julie Mehretu.

La fotografia del monocromo estroflesso è forse un inverecondo omaggio ai gusti attualmente in auge (?) dei collezionisti un pò in la con gli anni : difficile pensare che un giovane autore sia sinceramente interessato ad un’arte sviluppatasi in concomitanza con il design in un epoca dove l’ottimismo dell’economia in crescita poteva illudersi dietro l’utopia di un consumismo razionalista.

Il vetro rotto a terra è molto teatrale e potrebbe davvero essere opera di Pistoletto : capace di infiltrarsi e presenziare dappertutto , potrebbe trattarsi proprio di lui sotto mentite spoglie.

Oltre che ad essere capacissimo , nella sua senescenza, di fare robaccia come questa : fermatelo!

Vestiti appesi con case prestampate: l’apoteosi della perdita di identità nello scenario circostante?

Video noiosissimi e autoreferenziali con gente che viene ripresa mentre riprende; impossibile guardarlo tutto.

Quindi è possibile riuscire a fare dei video più noiosi di quelli che si faceva negli anni 70 ?

A quel tempo tutti fumavano parecchio e riuscivano a subire performances e azioni che altrimenti sarebbero state di una noia mortale .
In “Body press” di Dan Graham del 1970 il nudo vivacizzava
pure un pò.

Da qualche parte non lontano riprese crepuscolari o notturne di una casa stile “Psyco “ con i soliti strasentiti effetti sonori dozzinali.

Display posizionati in fila scomposta a terra con filmati di paesaggi costieri : che dire? Eh il mistero della natura , il mare , la tecnologi.

Foto da telefonino ambientate alla buona in qualche quartiere equivoco di qualche città africana; queste foto le potrebbe fare anche Francesco Bonami :”Lo potevo fare anch’io” e forse anche meglio!

Il trucco per fare questi reportage superficiali è essere dei turisti e non sapere niente di quello che si fotografa.

La serie di foto dell’uomo con una maschera da formichiere metallico confermano lo stato di alienazione che vivono questi artisti confrontandosi con un mondo che non capiscono .

Beh potrebbero provare a leggere i quotidiani, ad informarsi.

Qua e là e anche fuori dalle sale centrali della mostra sono disseminati dei lavori che richiamano vagamente le cose appese di Zorio ma che non si illudono più di attingere alla primarietà di un’antropologia arcaica: quindi niente lance e gli oggetti sembrano in rovina e sfaldarsi.

Pur costretto/a a subire l’influenza dell’Arte Povera l’autore/autrice sente evidentemente che una certa mentalità è al tramonto e non convince più.

Negli anni 90 abbiamo avuto diversi autori che hanno lavorato sul disordine sociale e culturale e abbiamo avuto alcuni artisti senza costrutto e con poco talento che in qualche modo hanno annunciato comunque lo sfascio, anche economico, venturo : ricordo Cady Noland e il più irruento Jason Rhoades.
Qui le magliette con le scritte sono apparecchiate in una noiosissima installazione costruita di tubi da idraulico ma la crisi ormai non solo è stata annunciata ma già è arrivata da un pezzo.

Quindi “niente di nuovo dal fronte occidentale”.

Quest’ultimo lavoro era legato ad altri per così dire “interattivi “ dove oltre all’autore venivano coinvolti bambini o bambinoni nella prefigurazione di una societá totalitaria dove tutti sono obbligati a essere artisti.

Ci sono diversi lavori tridimensionali da parete o da pavimento realizzati senza nessuna sapienza del fare e viene davvero da pensare come questi artisti più che usare i materiali ne siano usati.

Il confronto con la generazione dei vari Ceccobelli, e gli artisti della Scuola Romana come Nunzio, Bianchi ecc è drammatico, in termini di perdita di sensibilità e raffinatezza artigianale.
Credo che nessuno di questi nuovi artisti sia capace di stare delle ore da solo in studio.

Basta questo per liquidare i lavori che rinuncio anche a postare.

C’è qualcuno che addirittura replica lavori della peggior arte italiana fra anni 90 e 2000: mi pare che ci siano anche delle foto richiamanti qualche nostalgia rurale che convincerebbero tutti a trasferirsi in una megalopoli.

Concludo, saltando quindi ulteriori irrisorietà, con l’unico pittore vero e proprio presente che non mi dispiace ma che è autore di un semplice abile esercizio calligrafico: infatti malgrado la tecnica, discreta, che lo distanzia dagli altri ne è accomunato dalla stessa inconcludente modalità di assemblaggio senza costrutto, dove varie cose convergono in un disegno privo di connotazioni salienti e dove gli elementi riconoscibili sono svuotati.

All’uscita c’è un biliardo e non resistendo chiedo di poterci giocare : è un’installazione di uno degli artisti.

Ogni palla che riesco a mandare nella buca d’angolo contrassegnata è una persona nel mondo che cambierà idea rispetto a non so cosa.

Mentre gioco ricevo una telefonata da un amico: poi riprendo a giocare e qualche visitatore mi guarda incuriosito mentre lancio qualche battuta alle ragazze della biglietteria che però non possono mollare la postazione della reception per venire a sfidarmi.

Mi è sempre piaciuto il biliardo , l’arte del colpo di rimbalzo più che del colpo diretto.
L’intrecciarsi geometrico delle traiettorie eccetera .
Ma non gioco da una vita e dopo un pò le palle sono tutte dalla parte sbagliata del tavolo.

Qualcuno avrà anche cambiato idea con le palle che ho mandato in buca ma perché, mi domando, avere tanta pazienza?
È arrivato il momento delle maniere forti.


Qui finisce la recensione.

Walter Bortolossi

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