“THAT’S IT!” AL MAMBO/MAMBA

RECENSIONE DELLA MOSTRA “THAT’S IT!” AL MAMBO/MAMBA

Avevo annunciato una sorpresa per il finale di questa “brevissima” recensione in nove puntate e avevo parlato di SANGUE.
Forse l’immagine di presentazione non corrisponde alle aspettative e forse ci si poteva immaginare una scena più cruenta.
Confesso in effetti che in un primo momento, insieme al serpente (Idra – Mamba) che sta per essere decapitato avrei voluto inserire in terra le teste mozzate di alcune delle persone note che citerò in questo ultimo post .

Ma sarebbe stato eccessivo e ho preferito giudicare con parole piuttosto che sfoggiare minacce iconiche e quindi, ho riservato un pò di autoironia all’autore di questa recensione, raffigurandolo come uno statuario Ercole.
Ma della serie ne ferisce più la lingua che la spada, leggendo ci si renderà conto che la scelta di affidarmi all’argomentazione sarà addirittura più crudele.
Purtroppo confermo che la cosa non sarà per stomaci delicati, nel senso che alcune mie argomentazioni potrebbero toccare molte persone oltre quelle citate .

La mia idea di recensire la mostra attualmente visibile al MAMbo/MAMBA è nata da una discussione sul profilo del critico- curatore Daniele Capra che lamentava l’assenza, tra i prescelti, di alcuni pittori corrispondenti alla generazione trattata .

A proprio rischio e pericolo il nuovo direttore del MAMbo/MAMBA Lorenzo Balbi è intervenuto di persona dicendo che non c’era nessuna preclusione e che la mostra non pretendeva di essere esaustiva della nuova arte italiana.

Io sono intervenuto per manifestare la mia disapprovazione, dato che la giustificazione non mi suonava convincente e mi sono ripromesso di dare un’opinione dettagliata sulla mostra una volta che l’avessi visitata.

LA QUESTIONE PITTURA ITALIANA

Liquiderò l’argomento PITTURA nel modo più veloce possibile, dato che come penso di aver dimostrato nelle varie puntate precedenti ci sono dei problemi più importanti che stanno a monte.
Sfruttando l’omofonia , fin dall’inizio ho trasfigurato il caso concreto del museo MAMbo nel MAMBA , un serpente mostruoso che allude a un certo modo di intendere i musei di arte contemporanea in Italia.

Quindi con MAMBA si intende il tipo di museo il cui antenato più noto è il Castello di Rivoli , per anni e anni diretto da Ida Giannelli e incentrato fortemente sull’Arte Povera.

In questo tipo di spazi e in altri ad essi ispirati
la pittura italiana non aveva accesso : BANNED.
Inoltre le gallerie italiane più dipendenti dalla scena internazionale avevano decisamente voltato le spalle al Ritorno della Pittura degli anni 80.
Questo ostracismo dura dagli inizi degli anni 90 e malgrado ci siano state diverse gallerie italiane che hanno trattato la pittura questa è stata ignorata spesso da critici, curatori e musei della filiera MAMBA.
Chi dice che non è vero è un bugiardo .
Conosco moltissimi pittori che sono stati estromessi e hanno dovuto rinunciare ad esporre e in certi casi anche a dipingere, schiacciati tra gallerie commerciali e proseliti del MAMBA.

Mentre artisti di una mediocrità totale hanno avuto in compenso tutte le occasioni possibili, anche se alla fine è stato inutile anche per loro.
In certi ambienti, sopratutto negli anni di una certa politically correctness fanatica e ipocrita, si arrivava a dire che la pittura oltre che roba da passatisti era roba da Reagan/iani se non da fascisti, che era maschilista , che era serva del mercato ecc.
L’ultima accusa , farsesca, era che la pittura era “postmoderna”.
Non sto esagerando: è tutto vero.
Alcuni curatori si giustificavano in modo più corrivo dicendo che semplicemente la pittura non era nelle loro corde e che erano interessati ad altro.
Non mi interessa qui fare un discorso complessivo sulla pittura dato che è evidente che ci sono tanti tipi di pittura quanti i pittori che la praticano.
A livello del mercato internazionale più ricco le ultime vendite dimostrano da tempo, e recentemente sempre di più, che le scelte dei curatori sono sempre più bistrattate dai collezionisti e che gli artisti tra i primi 500 per vendite nel mondo sono in buona parte pittori.

Sempre di più gli artisti di rassegne come Documenta o Manifesta finiscono invece nel dimenticatoio.

Il punto è essenzialmente uno e voglio vedere se c’è qualcuno che ha il coraggio di smentirmi: i musei di Arte Contemporanea in Italia sopravvivono grazie al contributo pubblico.

Se non ci fossero i soldi del Comune, della Regione e dello Stato i ricavi ottenuti dai biglietti dei visitatori non sarebbero sufficienti e dovrebbero chiudere.

Come si sa neanche i più visitati musei italiani (Uffizi ecc.) e che vantano un numero di visitatori enormemente superiori a quello dei musei di arte contemporanea sono in grado di sostenersi con gli ingressi.

E l’aiuto degli sponsor privati è sufficiente solo a coprire i costi di singole mostre .
Quindi i Musei di Arte Contemporanea sono tenuti in piedi dalla fiscalità generale e gli sponsor si occupano solo di mostre di loro specifico interesse.

Finché i musei di arte contemporanea italiani sono pubblici non possono essere un fatto privato di chi li dirige.

Fatta salva un’autonomia nelle scelte di parte della programmazione un direttore dovrebbe sentirsi obbligato a gestire il museo anche come un fatto pubblico dove si dà spazio e diritto di parola a tutti i generi di espressione, senza preclusioni .

In molti casi siamo arrivati al punto che pittori molto noti e attivi non hanno mai esposto nei musei della propria città!

Un direttore non può permettersi di dire che lui certe cose non le espone “perché non sono nelle sue corde”: se dice questo dovrebbe impiccarsi alle sua corde o essere cacciato a pedate.

Un direttore di un museo pubblico non può vantarsi di avere un gusto personale : inevitabilmente ce lo avrà ma se lo vuole praticare esclusivamente si deve costruire un museo con i propri soldi e di chi la pensa come lui.

Un direttore può fare le mostre che ritiene ma deve al contempo salvaguardare discorsi che momentaneamente, nel piccolo circolo dell’arte, non sono sotto i riflettori altrimenti finisce per fare dell’arte una questione di maggioranza (quando invece la qualità è inversamente proporzionale all’estensione) o per privilegiare/proteggere certi interessi di mercato (prettamente italiani) rispetto al diritto della libera espressione.
In conclusione, provocatoriamente ma neanche tanto , proporrei delle “quote” di spazio museale decoroso sottratte al direttore , dove siano salvaguardate le espressioni di minoranza qualora le si ritenga meritevoli: quindi quote rosa per le donne artiste , quote LGBT quote stranieri residenti e infine quote pittori/pittrici , la categoria numericamente più bistrattata se si considera anche il quasi mai nominato ostracismo riservato alle pittrici (numerose), cancellate dalle para/artiste.

DA DOVE VENGONO I PROBLEMI

Chi ha seguito queste nove interminabili puntate ha capito che ogni volta che trattavo un argomento specifico in realtà allargavo a qualcosa di più generale : il MAMbo non era il MAMbo ma il MAMBA , quindi più musei accomunati.
Il quadro di Guttuso sui funerali di Togliatti non veniva usato per rivalutare Guttuso quanto per indicare un’arte ancorata ad una concreta relazione con determinate circostanze storiche confrontata con opere che, apparentemente innovative agli inizi , col decorrere degli anni diventavano mute e artificiose .
Le scelte inevitabilmente parziali del curatore della mostra rimandavano ad una storiografia dell’arte recente che soffriva degli stessi limiti di parzialità, pur prospettandosi come “fenomenologicamente corretta”.
Questa specifica mostra sulla recente arte italiana rispecchia gli schemi tematici tipici di altre mostre di arte contemporanea.

Se qualcuno si aspettava quindi che alla fine mi esprimessi per una spettacolare condanna a morte per decollazione del direttore del MAMbo Lorenzo Balbi ha sbagliato di grosso dato che lui è un povero essere umano vittima già di sé stesso e sopratutto delle circostanze che lo condizionano : come quasi tutti i curatori dopo un periodo sparirà dalla circolazione : solo pochissimi e molto tenaci sopravvivono ad un mandato e ancora meno a due.
Quindi lo tratto malissimo ma senza acrimonia, è un personaggio abbastanza irrilevante e se qualcuno lo vuole disintegrare faccia pure a me non me ne frega nulla,  a meno che non sia capace di riscattarsi non dando più spazio a mostre così insulse e organizzandone invece con artisti meritevoli ; ma come si dice trovo sia difficile cavare sangue da una rapa o qualcosa di concreto da un’OMBRA:)
In conclusione , se non disintegrato, al limbo!

Ma quali sono le circostanze che stanno a monte e che condizionano tanti di questi personaggi passeggeri?

Attenendoci alla sociologia nuda e cruda il numero di operatori del settore è inflazionato.

Ci sono tantissimi artisti ma ci sono troppi critici e curatori e troppa gente che vive nel settore .

Questo porta ad un affollamento che opprime le qualità individuali e ad una “professionalizzazione” della cultura tanto che la figura dell’ intellettuale è stata sostituita dall’ “addetto al settore culturale”, che organizza e media ma è opportunisticamente indifferente a questioni di valore.

Tutto viene vincolato nell’interscambio e purchè tutto scorra qualsiasi cosa va bene.

L’atteggiamento predominante non è una selezione per merito ma un cinismo fatalista riprorevole e disgustoso.

In tutto questo l’ultima ruota del carro sono gli artisti che devono sottostare ad una marea di improvvisati, di incompetenti, di autentici poveracci oltre che di parassiti e si trovano a subire le angherie di tutti. Emblematico il caso di questa mostra dove gli artisti sono compartimentati per aree tematiche vittime della limitatezza intellettuale del curatore.
Oltretutto beffati anche dal grafico che ha progettato un catalogo della mostra avvilente per la dignità di chi vi partecipa, fatto di fogli volanti con le immagini prive dei nomi degli autori.

Se io subissi in una mostra un trattamento del genere innanzitutto vorrei stare solo quindici minuti con il grafico per spiegargli un paio di cose.

Il catalogo, oltre alla follia di chi l’ha progettato, in ogni caso consono alla stolidità delle opere riprodotte, testimonia dell’origine dei tanti problemi rilevati esaminando questa mostra.
Le ben quattro pagine di introduzione come da prammatica
del curatore Lorenzo Balbi sono premesse da una citazione desunta dal prolifico designer Bruno Munari, noto per aver confuso la creatività generica con l’arte.
Cosa dice l’autore degli utilissimi manuali in varia foggia?

“(…) in italia arte italiana
in sicilia siciliana
in piemonte piemontese
a milano milanese
e in corso garibaldi 89?

in italia l’arte ha da essere arte
in polonia arte
l’etichetta verrà dopo”

Beh, Mallarmé è ovviamente meglio ma forse si mirava a Gianni Rodari, ma siamo al Sior Bonaventura di Tofano.
Il senso che se ne estrae è abbastanza banale: l’arte non ha confini e le nazioni dal punto di vista artistico sono un impaccio.

Ovviamente Munari da designer era un geniale dilettante della superficie oggettuale nel quotidiano, indifferente a gravose implicazioni, ignaro della memoria come matrice e stratificazione e disinteressato all’aspetto culturale dell’arte.
Nelle cinque pagine di scritto del catalogo firmate da Giorgina Bertolino e Vittoria Martini (due pagine e mezza a testa) si cita Stuart Hall per perseguire strade spianate simili e per individuare un’altro baluardo negativo a impedire la libera circolazione e dopo le “Nazioni” ecco citata “L’identità”, che “produce effetti di frontiera”.
La logica , apparentemente progressista, universalista e antinazionalista , è in realtà politicamente ambigua nel senso che da un certo punto di vista il suo presentarsi come illuminata e magari “di sinistra”, sembra riecheggiare le parole d’ordine del neoliberalismo che non vuole lacci e lacciuoli alla libera circolazione delle merci. La denuncia dell’irrigidirsi delle frontiere diventa l’occasione per gettare via un un solo colpo anche l’idea di eredità culturale.

In questa logica anche la capacità di giudizio viene condannata come passatista di fronte a una creatività diffusa e onnipervasiva.
Descrivendo la relazione curatore – artista ho fatto il paragone con il mandriano e la mandria , entrambi uniti nella fase della transumanza. E la transumanza senza destinazione diventa il paradigma di riferimento per questa esaltazione della cultura come impiego lavorativo e fenomeno commerciale senza scopo e senza necessità.
Nei loro lavori gli artisti incarnano questo modo di non essere migrando senza costrutto tra un materiale e l’altro non riuscendo a individuare alcun risultato apprezzabile.

Nella mia immagine di apertura sullo sfondo della lotta tra l’
Idra/MAMBA e l’Ercole/WB ho inserito il confronto tra due armate spaziali, una capitanata da Donald Trump e l’altra dal presidente cinese. Ironia a parte è indubbio che siamo entrati in una nuova epoca di squilbri e scontri tra mondi in competizione che ha reso obsoleto il vecchio quadro del neoliberalismo senza confini.

Al di là della prognosi politica che si vuol dare, ormai gli ottimistici luoghi comuni sull’assenza dei confini e della circolazione incessante
risultano vecchie e superate dagli eventi.
Sono convinto che la stessa struttura internazionale dell’arte contemporanea sarà toccata da questi cambiamenti.

Nel suo contributo al catalogo l ‘artista Cesare Pietroiusti , più noto per la sua partecipazione
ai convegni che per la sua produzione artistica, vanta di essere un incapace (e glielo concediamo volentieri)

“per uno come me , con nessuna ispirazione, nessuna capacità tecnica, e solo alcuni libri (di psicologia) letti….”

e comprendiamo bene poi perché lodi l’esperienza dei laboratori di arti visive dello IUAV di Venezia guidato da Angela Vettese.
In questa scuola dove gli aspiranti curatori convivono con gli aspiranti artisti in una sorta di comunità collaborativa dove tutti sono sullo stesso piano e interagiscono interattivi , Pietroiusti preconizza una qualche forma di comunismo utopistico dove tutti si fanno dire dagli altri cosa devono fare e anche gli incapaci possono dire la loro.
La capacità di immaginare che ci possano essere tanti curatori quanti artisti dà un’idea a che livello di abominio si possa arrivare quando si è un creativo disoccupato.
Manca solo che qualcuno ti dica anche con chi e a che ora devi scopare. Pietroiusti, appassionato di un approccio “scientifico” alle questioni potrebbe progettare una tabella in Excel apposita.
Generalmente i pittori sono talmente impegnati nel proprio lavoro che ben difficilmente avrebbero tempo per ascoltare un tipo come Pietroiusti e anche qui si ha un ulteriore ragione del veto che spesso ricade su di loro , come “cittadini non collaborativi “.

Rimanendo nell’ambito scuola non poteva mancare un intervento dell’artista Alberto Garutti che per anni ha insegnato pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, pur non essendo un pittore vero e proprio, e lo dico senza sottintesi.

Al modo di Pietroiusti il suo è un rapporto fusionale con gli studenti anche se Pietroiusti è uno modesto che punta sulla comunità mentre Garutti non esclude il proprio epicentro e si considera comunque un docente, giustamente o meno .
Il suo approccio è noto e per sentito dire si sa che nelle sue aule più che produrre si discuteva molto . Ogni cosa deve essere vagliata dallo spirito critico, ogni cosa deve essere confrontata con le opinioni degli altri :

“Le Accademie sono ancora luoghi importanti quando chi insegna cerca di far si che ci si alleni all’esercizio critico, a individuare gli inevitabili punti deboli del proprio lavoro , perchè qualunque opera d’arte , proprio in quanto tende alla perfezione , è sempre imperfetta (….)
L’opera è portatrice di pensiero : perciò delle conversazioni sistematiche sono il nucleo centrale del mio corso , fatto di diversioni, di altrove , di cambiamenti di rotta che creano spazi del pensiero , occasioni di ricerca di qualcosa che non sarà mai trovato (….)”

essere allievi di questo fomentatore di pensieri deve essere un’esperienza frustrante : ogni cosa che facciamo deve essere vagliata dallo spirito critico mio , degli altri e del docente vate.

L’arte tende alla perfezione ma i nostri prodotti sono i tentativi di poveri miserabili destinati a fallire .
Il tutto suona paralizzante . Si direbbe che Garutti fa di tutto per impedire ai suoi allievi di fare alcunché di materiale divertendosi per conto proprio.

Lui è sempre loro addosso come un gufo del malaugurio a dirgli che un giorno moriranno e finiranno all’inferno.

Forse la sua speranza non è quella di creare degli artisti ma di impedire ai suoi allievi di diventarlo.
Dato il genere di artisti usciti dalle sue aule si direbbe che il suo insegnamento ha avuto effetti devastanti ma forse attribuiamo troppo potere alle capacità di questo minimalista specializzato nella coloritura patetica : forse semplicemente i mediocri si sono iscritti al loro ovile.

Nel dibattito con il docente Garutti sono coinvolti, chissà se con piacere, due pesi massimi dell’arte italiana : l’onnipresente Michelangelo Pistoletto e l’artatamente assente Giulio Paolini, longevi rappresentanti dell’Arte Povera e del Concettuale Italiano, indirizzi che hanno avuto il loro massimo momento di fulgore tra gli anni 60 e 70.
Riguardo alla loro formazione le parole dei due ricalcano il clichè del sessantottino tipico che tante volte sentii pronunciare in anni lontani quando conobbi studenti più vecchi di me, all’inizio del mio percorso di studi

Giulio Paolini:
“Non ho frequentato l’Accademia nè il Liceo artistico; per motivi di lavoro familiari mi iscrissi all’istituto Tecnico per le arti fotografiche e grafiche di Torino (….)

Confesso che di non saper/voler disegnare una mela o un nudo ; ho assunto però un’educazione più vasta e aggiornata di quanto avrei ricevuto da insegnamenti specifici; la grafica svizzera ed altri isolati designer furono per me di grande suggestione”

Pistoletto:

“Io non ho frequentato l’accademia d’arte; mi sono formato nello studio di mio padre, pittore e restauratore di quadri antichi; poi ho frequentato la scuola di pubblicità di Armando Testa , che mi ha aperto gli occhi e la mente sulla libertà dell’arte moderna allenandomi anche all’esercizio della comunicazione. “

Entrambi rivendicano come si vede una formazione eterodossa : eravamo in anni di profonde trasformazioni sociali ed economiche in cui in tutti settori si cercava il nuovo e si rifiutava l’eredità del passato come portatore di valori tradizionali e opposto al libero fluire della vita.
La ricerca di nuovi mezzi nasceva da un’autentica esigenza trasformativa del mondo reale e le espressioni tradizionali, con i materiali tradizionali non sembravano più sufficienti.
Nel caso di Pistoletto il valore da superare era la Rappresentazione , che poteva venire annullata dal coincidere della realtà mutevole e il suo riflesso.
Nel caso di Paolini il limite era costituito dall’opera che poteva esistere solo annullandosi nell’impossibilità di raggiungere il modello originale.

Il caso di Pistoletto implica un pensiero di sfiducia verso tutte le forme mediate di arte e di cultura: negli ultimi anni queste legittime esigenze di un’altra epoca si traducono in un protagonismo vacuo e parolaio , con lo sbandieramento di utopie che lasciano il tempo che trovano , dato che sorvolano il dettaglio faticoso, e mediato , dei problemi concreti.

Nel caso di Paolini l’incapacità di affrontare fisicamente la specificità dell’opera si tramuta in una retorica dell’assenza e della sospensione, che perduta la magia iniziale si incastrano in un discorso che ruota su sè stesso, rivolto ad una nostalgia per un Classico che non si lascia raggiugere : un problema però più Neoclassico che Classico e quindi a rischio di accademismo.

Si tratta indubbiamente, a differenza di quelli citati e degli artisti in mostra, di due artisti importanti ed emblematici.

Trovo però assai dubbio che oggi la loro influenza possa essere ancora positiva, in un momento in cui stiamo vivendo le degenerazioni e i cascami di forme di arte che, ormai abbondantemente inflazionate, necessitano di un cambiamento verso espressioni culturali che riprendano il filo di un confronto storico più largo, più qualificato e profondo .

E qui si apre il caso di Pandora.
E qui finisce la mia lunga recensione.

Walter Bortolossi

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