“THAT’S IT!” AL MAMBO/MAMBA

RECENSIONE DELLA MOSTRA “THAT’S IT!” AL MAMBO/MAMBA

SI INIZIA!

ENTRATA E PRIMA SALA

Ometto i nomi degli artisti per non infierire più del dovuto.

All’entrata si tenta di sviare il visitatore ricoprendo il retro dei vetri della porta con del leggero cellophane trasparente come se all’interno ci fosse qualche imbianchino al lavoro.
Bene , cosa devo fare, ridere?

Chiedere a qualcuno se devo entrare da un’altra porta?

L’Italia è piena di lavori in corso mai terminati: figurati se mi preoccupo se sulla porta ci hanno appiccicato il cellophane, entro lo stesso perchè ho il treno tra due ore e mezza.
Il precedente storico è quello dell’impacchettatore per eccellenza Christo i cui interventi erano già dall’inizio (più di 50 anni fa) però piuttosto invasivi, occultando o coprendo oggetti o edifici e dando una valenza insieme tangibile e ambigua all’intervento.

“All’entrata si tenta di sviare il visitatore ricoprendo il retro dei vetri della porta con del leggero cellophane trasparente come se all’interno ci fosse qualche imbianchino al lavoro. Bene , cosa devo fare, ridere? Chiedere a qualcuno se devo entrare da un’altra porta? L’Italia è piena di lavori in corso mai terminati: figurati se mi preoccupo se sulla porta ci hanno appiccicato il cellophane, entro lo stesso perchè ho il treno tra due ore e mezza. Il precedente storico è quello dell’impacchettatore per eccellenza Christo i cui interventi erano già dall’inizio (più di 50 anni fa) però piuttosto invasivi, occultando o coprendo oggetti o edifici e dando una valenza insieme tangibile e ambigua all’intervento.”

Da un lato possesso e dall’altro annullamento : con gli anni ha spettacolarizzato l’armamentario facendo dei suoi progetti una sorta di happening aziendale consumatorio, abitabile e senza particolari valenze di significato, una sorta di potlach dispendioso e meticolosamente organizzato, oltre che debitamente pubblicizzato.

Una festa a perdere.
In questo caso invece non viene semplicemente in mente nulla e non si riesce neanche a dare un significato interessante al qui e ora dell’entrata. Non si riesce a dare delle implicazioni di alcun tipo al gesto,  al contesto o che so io.

Se almeno avesse coperto la porta e non fossi riuscito a entrare mi avrebbe fatto un favore e non avrei visto questa brutta mostra.

Il risultato è da vetrinista che inventa un espediente senza spendere.

Tra la porta e la biglietteria c’è l’atrio dove si sentono le musiche dei cartoni animati: vecchia pratica cleptomane della pop art di utilizzare materiale visivo commerciale appropriandosene per farlo diventare qualcosa di differente, qui ripreso a livello sonoro ma con un intento semplicisticamente ludico.

Peccato che i tempi di Warhol, Liechtenstein e compagni siano lontanucci e oggi la situazione è ribaltata: sono molto più interessanti certi illustratori e fumettisti commerciali di tanti artisti che nelle gallerie ripropongono la pop art in varie salse.
Tra l’altro ci sono stati autori delle musiche per cartoni animati che sono passati alla storia; ad esempio Carl Stalling e Raymond Scott ; ci sono stati dei musicisti che ci si sono ispirati per alcuni versanti della loro produzione e Frank Zappa, il genio del xx secolo del pastiche sonoro è uno di questi . Ma stiamo parlando di giganti della musica: nelle mostre d’arte abbiamo questi dilettanti che giocano con il registratore e vorrebbero anche che tu ne fossi divertito.
Qualche curatore a giustificare la banalità dei tentativi presenti tenterà di appuntarsi su surrogati teorici tipo la post – produzione del mediocre Bourriaud ma gli diremo che William Burroughs aveva già espresso qualcosa di radicale in quel senso già negli anni 50.

Dopo aver pagato il biglietto entro nella grande sala della mostra dove l’ultima volta avevo visto la mostra di Burgert , uno dei maggiori pittori in circolazione attualmente.
E la rimpiango decisamente .

Nella prima sala ora ci sono invece i nani da giardino.

Appena entrato ai due lati della porta contro le pareti ci sono due gradinate in polistirolo.
A sinistra, vicino al guardiasala seduto , c’è uno straccio infilato in una specie di contenitore strappato.

Ironicamente chiedo al guardiasala se è un’opera o se sono i suoi vestiti dato che il contenitore potrebbe somigliare anche ad una specie di giaccone.

“Appena entrato ai due lati della porta contro le pareti ci sono due gradinate in polistirolo. A sinistra, vicino al guardiasala seduto , c’è uno straccio infilato in una specie di contenitore strappato. Ironicamente chiedo al guardiasala se è un’opera o se sono i suoi vestiti dato che il contenitore potrebbe somigliare anche ad una specie di giaccone.”

Il guardiasala, con l’aria tra il divertito e il rassegnato a subire l’arrivo del rompicoglioni di turno mi dice che non sono vestiti suoi e che è proprio l’opera dell’artista coso  e che sull’altra scalinata li vicina ci sono pure dei foglietti che ha lasciato al pubblico da compilare .

Ora , quella del foglietto da compilare, avrà pensato il bravo mandriano Lorenzo Balbi è un must tipico dell’arte concettuale che non può mancare in una mostra aggiornata alle ultime tendenze.

Peccato che è un’uso vecchio di almeno cinquant’anni, questionari che Hans Haacke sottoponeva al pubblico (con l’intento di scoperchiare tematiche socioeconomiche altrimenti occultate) al foglio per firmare la liberatoria per entrare nella saletta con il”letto di spine” in metallo acuminato di Walter De Maria ecc ecc
Al tempo poteva forse essere divertente compilare dei “form” all’entrata di una mostra dove spesso non c’era niente da vedere.

Eh, i tempi dell’arte concettuale , bei tempi, pensieri profondi in poche righe nell’istantaneità dell’assoluto compresso.

Per leggere “l’Etica” di Spinoza nell’edizione Editori Riuniti del 1997 bisognerebbe invece perdere tempo a leggersi oltre 400 pagine.
Oggi a distanza di anni in tutti i settori la burocrazia è diventata asfissiante, ti fanno compilare e firmare decine di carte per ogni cosa che devi ufficializzare e vedere ora, anche qui , nella mostra. l’ennesimo foglietto che oltretutto è un deja vu degli anni 60 più tutti gli altri centinaia che ti sei dovuto sorbire dovunque poi , beh ti viene da dire che il troppo stroppia , ma dove cavolo vivono questi?

L’artista bue e il curatore mandriano .
Sul foglio mi si chiede di scrivere come sto e non sto neanche a chiedermi a lui cosa gliene frega,  e decido di collaborare all’opera in tutta sincerità.
Quindi scrivo che siccome è in effetti la mia giornata libera “quando non lavoro sto bene ma che lavorare non mi dispiace ” e aggiungo “impara anche tu” con l’intento di spronare l’autore del questionario a darsi da fare di più nella vita.

“Sul foglio mi si chiede di scrivere come sto e non sto neanche a chiedermi a lui cosa gliene frega,  e decido di collaborare all’opera in tutta sincerità. Quindi scrivo che siccome è in effetti la mia giornata libera “quando non lavoro sto bene ma che lavorare non mi dispiace ” e aggiungo “impara anche tu” con l’intento di spronare l’autore del questionario a darsi da fare di più nella vita.”

Mi scuso con il guardiasala dicendogli che non sopporto le minchiate e lui ha un moto di comprensione, mi pare.

Poi mi soffermo su una vasca d’acqua trasparente che mi trovo davanti, con dei pesci , disposta come in una sorta di piedestallo.

Oltre ai pesci che nuotano in file compatte c’è conficcato nel fondo della vasca una specie di elmo cavo che ricorda vagamente un reperto archeologico .

Vedendo che la cosa mi lascia indifferente e sto per procedere oltre, il guardiasala mi dice che i pesci sono dei piccoli pirhanas e sono in numero di 31 come l’età dell’autore dell’installazione.

Ovviamente , conoscendone la fama, chiunque rimarrebbe incuriosito e si avvicinerebbe alla vasca per guardarli : il problema è che non hanno nulla di particolare e sembrano abbastanza innocui, senza caratteristiche anatomiche che ne tradiscano la pericolosità.

Non si capisce poi perchè debbano essere tanti quanti gli anni dell’autore e di chi sia l’elmo.

Il tutto sembra un assemblaggio di cose scompagnate; i due periodi di Damien Hirst: i piranhas vengono fuori dal primo periodo , quello dello squalo in formalina, ma Damien aveva l’intelligenza di lavorare sul concetto del potere espositivo classificatorio del contenitore , alludendo all’ambizione del potere tecnologico- scientifico sulla vita e la morte mentre qui i piranhas vivi alludono al massimo ad un film di Tarzan. L’elemento archeologico dell’elmo corazza richiama il secondo Hirst quello della recente “Treasures from the wreck” del quale è però difficile
riprodurre la consapevole esagerata iperbole pulp archeologica molto autoironica.

A rinforzare l’unione di queste due cose diverse l’autore ha usato il numero riferito alla propria età per farne il collante ma la cosa risulta semplicemente un assemblaggio inerte di tre cose diverse e mal digerite .

(continua)

Walter Bortolossi

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