THE MULE DI CLINT EASTWOOD

THE MULE DI CLINT EASTWOOD: O DEL CRISTIANESIMO TRAGICO

Non mi interessa fare una recensione cinematografica del lavoro di Eastwood, ma evidenziare l’idea teologica che sottotraccia innerva il suo film. La storia è semplice:

un vecchio orticoltore che ha impegnato tutta la sua vita nel lavoro trascurando gli affetti familiari è vittima di due fenomeni, la crisi del 2008 e la rivoluzione dello shopping online.

Fallito, rifiutato dalla famiglia, rimasto solo con il proprio vecchio pick-up, per caso incontra un messicano che gli propone di fare il corriere per alzare qualche soldo.

Durante il proseguo del film il protagonista scoprirà di essere diventato un corriere della droga.

Quel che mi interessa sono le due idee cardine della trama: l’opposizione al politicamente corretto e la totale assunzioni della propria responsabilità per la scelta fatta, che culminerà nel processo finale che lo condannerà al carcere a vita.

Le due idee sono strettamente intrecciate:

per Eastwood il politicamente corretto è un modo per negare l’individualità e nascondere la propria responsabilità morale dentro a quella di un gruppo.

Per il regista americano la violenza, i rovesci economici, il pregiudizio razziale non sono prodotti meramente umani, ma destini collettivi entro cui l’individuo è chiamato a prendere posizione in quanto singolo nei confronti di altri singoli.

Questa posizione non nega il cambiamento sociale-politico, ma lo depotenzia di qualsiasi carica salvifico-redentiva:

il Male è e sarà sempre presente, muterà solo di forma.

Quel che l’uomo può fare è compiere una scelta forte ben sapendo che questa non è totalmente libera, ma strettamente vincolata alle condizioni in cui si trova ad operare, e sapere che tale celta la pagherà per intero, qualunque essa sia. E

cco quindi nel film abbiamo una serie di personaggi minori che ruotano attorno al protagonista, ognuno impegnato a fare una scelta verso ciò che ritiene il bene e a portarne le stigmate: dalla moglie del corriere che ha pagato con l’infelicità l’averlo sposato, dalla figlia dello stesso che verrà liberata solo all’ultimo dall’idea che suo padre sia un uomo fallito, fino agli uomini del cartello messicano che tentano di tenere un codice d’onore nonostante omicidi, estorsioni e pestaggi.

Per tutti costoro il Bene è una scelta che comporta dolore e sacrificio, e talvolta si paga con la vita. Nessuno di questi cerca attenuanti, giustificazioni e scusanti alle proprie scelte: questa è la grande lezione del film, ciò che lo rende classico in quanto ferocemente antimoderno.

Questa lezione è chiara nel processo finale: all’avvocato difensore che tenta di far assolvere il corriere dalla giuria invocando l’età avanzata, l’ingenuità, l’assenza di precedenti penali, ecc il corriere dice grazie, per poi interromperla dichiarandosi colpevole di tutto.

Questa semplice scena contiene due idee forti: la prima è che il protagonista rifiuta qualsiasi attenuante alla sua scelta, ne rivendica in pieno la lucidità, la razionalità, la responsabilità, rivendica insomma di essere pienamente uomo in quanto in grado di scegliere liberamente fra Bene e Male e sopportarne le conseguenze.

La seconda è che la giustizia umana (rappresentata dal tribunale, il giudice e la giuria) non viene contestata ma relativizzata: non sono la collettività, lo Stato e la Legge ad avere l’ultima parola sulla coscienza del singolo, indicandogli cos’è il Bene e il Male, ma la coscienza, ed è la coscienza del singolo ad emettere l’ultimo grado di Giudizio, quello prima del giudizio di Dio.

Insieme a “Mistyc River” e “Gran Torino” Eastwood inanella un’altra piccola gemma di cinema cristiano, confermando come si possa essere autori pienamente contemporanei proprio perché pienamente cristiani.

Federico Leo Renzi

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