TORNIAMO UMANI

TORNIAMO UMANI
Una prece, un pianto, una telefonata al 45500 e poi…
“Dove ceniamo questa sera?

Hai visto?

Muti ha dedicato il primo brano ai terremotati, era tutto un fremere di papillon…”
“Povera gente! Ma non sono soli.

Prego tutte le sere per loro.

Hanno ragione!

Questo non è il momento delle polemiche…”
“Hanno consegnato trenta casette, estratte fra gli invalidi…”
“Hai visto i vigili del fuoco?

Autentici eroi, bisognerebbe fargli un monumento…”
“Dove prendiamo l’aperitivo?

Hai sentito Trump?

Prima di tutto l’America!

Te lo dicevo!

Bisogna uscire dall’Europa, battere moneta e strafregarsene dei tedeschi…”
“Ventotto milioni di Euro raccolti e non si sa dove sono.

Va beh, ma appena si è saputo che non si sa, il Governo ne ha stanziati trenta…”
“Oh! come sto male quando penso a quei poveracci!

Guarda, stanno tirando fuori un bambino!”
Volendo indugiare ulteriormente questa storia si riempirebbe di particolari, dai più minuti a quelli più, come dire, pregnanti.

Avremmo così un insieme di casseruole sul gas bisognose d’attenzione e canali televisivi cambiati perché bisogna pur distrarsi un momento, fino a giungere alla scelta della pista sciistica più confacente alle nostre esigenze.
Qualcuno leggendo queste righe dirà che è una storia stiracchiata, che non tiene conto dei molti contributi impegnati che non sono classificabili così semplicisticamente.
Ne sono consapevole, come sono consapevole del fatto che ciò che emerge in queste occasioni, pur facendo le debite, doverose eccezioni, è lo specchio di un modello umanitario imposto, al quale la maggior parte di noi ha aderito, spesso inconsapevolmente.
Posto che personalmente sono portato a considerare componente della mia tribù il mondo intero, osservo che neppure restringendo la questione alla sola dimensione nazionale il concetto umanitario riesce a superare i limiti individualistici.

Mi domando, infatti, come sia possibile condurre una vita normale quando un congruo numero di nostri simili è sottoposto a prove che noi stessi non vorremmo mai sopportare.
In tutto questo vedo il riflesso dell’indifferenza generale delle categorie più specifiche. parlo di milioni di pensionati poveri, disposti a brontolare per sé stessi, ma incapaci di battersi sacrificandosi anche per la povertà altrui; di milioni di lavoratori rattrappiti sulle proprie miserie, indisponibili persino a capire che la loro salvezza passa anche attraverso la salvezza degli altri; di centinaia di migliaia di giovani senza futuro che si arrabattano alla ricerca di una soluzione individuale, ignari del fatto che non c’è, perché non può essere che collettiva.
Il mio inguaribile romanticismo mi porta ad immaginare noi tutti, componenti della stessa tribù, impegnati totalmente e concretamente come un sol uomo perché la sofferenza degli altri è indistinguibile dalla nostra.
Ma è solo un sogno, lo so, la lacrima occasionale, l’obolo e la preghiera per chi crede sono degli ottimi sostituti, permettono persino di lamentarsi se gli oboli non arrivano a destinazione, di indignarsi ogni volta che la tivu ci mostra i nostri simili al freddo, sotto le macerie, persino di storcere il naso per un momento quando apprendiamo che è sempre più attuale nella normalità della vita di molte persone rinunciare al riscaldamento e, perché no, persino ad un pasto decente.
E’ rassicurante e anche piacevole sentirsi con la coscienza a posto e godersi gli scampoli di normalità individuale della nostra vita, però, dovrebbe essere proibito cambiare idea quand’è il nostro turno di sofferenza, per la semplice ragione che è autenticamente immorale chiedere alla vita più di quanto si è disposti a dare.

G Angelo Billia

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