Trap è altra cosa!

LA VIA ITALIANA ALL’HIP HOP DISEGNATA DA NIGRISOLI CI DIMOSTRA COME IL MOVIMENTO TRAP E’ UN’ALTRA COSA

Il libro di cui vi voglio consigliare la lettura nonostante l’argomento “pop”, è tutt’altro che semplice.

E’ un testo di sociologia che traccia la storia delle origini delle subculture e controculture giovani dal dopoguerra a oggi, e poi sviluppa in maniera più approfondita quella dell’hip hop USA per arrivare alla scena italiana.

Del discorso ampio e puntuale fatto dall’autore a me interessano in particolare due passaggi, che sono molto utili per comprendere come in Italia (e ribadisco in Italia) hip hop e trap siano destinati a combattersi.

Il primo punto è l’abbraccio stretto (talvolta soffocante) fra il rap italiano degli anni ’90 e il mondo della sinistra extraparlamentare legato ai centri sociali: sviluppatosi in quel contesto e dipendente economicamente da quel contesto, il rap italiano ha assunto una vena militante, anti commerciale e anti mainstream che lo influenza tutt’ora (si pensi ai classici 99 Posse, o ad alcuni testi di rapper più recenti come Salmo e Rancore).

Questa fusione fra cultura hip hop e sinistra radicale militante è tipicamente italiana, e ha radicato l’idea che il rap (e quindi per estensione la trap) per essere tale, debba essere politicamente contro il sistema.

Questa idea è incompatibile con i presupposti stessi del movimento trap, che è un movimento che esalta fino all’esasperazione tutti i valori del sistema.

Questo cortocircuito di incomprensioni ha portato Sfera Ebbasta ad esibirsi al concerto del 1° maggio 2018, con grande sgomento del pubblico e della critica (offesi dall’evidente culto del trapper per soldi, visualizzazioni e vestiti di marca), alla recentissima canonizzazione “politica” di Ghali, che di controculturale ha giusto l’origine etnica e un paio di brani in cui ci ricorda le sue radici tunisine, e al successo sanremese di Mahmood, che pur non essendo un trapper ha trionfato con un brano che guarda a quella scena immettendoci una vaga critica ai “soldi”, che lo ha portato a diventare un’icona musicale antisistema (?!).

L’altro elemento interessante messo in evidenza dall’autore è che la scena hip hop italiana è sempre stata legata alle città-metropoli di Milano, Torino, Roma e Napoli.

L’unica eccezione a questo dominio è rappresentato dalla scena sarda, che tuttavia non ha partorito prima di Salmo nessun successo commerciale degno di rilievo.

Guarda caso anche i big nostrani del trap vengono da queste città: Ghali e Sfera da Milano, Achille Lauro e DPG da Roma, Capo Plaza da Napoli. Fuori da queste città la scena trap sembra inesistente, o vira nettamente verso la drill, cioè verso una forma di trap dalle basi oscure ed ossessionanti accompagnati da testi inneggianti al crimine, alla tossicodipendenza e all’autodistruzione.

La drill sembra quindi distaccarsi nettamente tanto dal rap erede dei centri sociali, quanto dalla trap “commerciale” di Sfera e dalla svolta “sociale” di Ghali, radicandosi in un immaginario gangsta inedito in Italia, dove la durezza del ghetto è sostituita con il vivere in piccole cittadine dimenticate tanto dalla politica quanto dalla cultura più o meno alternativa.

Il libro di Nigrisoli analizzando le radici sociali dell’hip hop tricolore ci indica quindi gli attriti (più o meno confessabili) con il movimento trap, e quali saranno le possibili contaminazione reciproche nel futuro. Per adesso, godiamoci i dissing.

Federico Leo Renzi

 

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