TRIA e la patrimoniale

TRIA e la patrimoniale

E’ come trovarsi in una festa di compleanno dalla quale sono banditi ragionamenti seri.

L’uomo, a prescindere dalla condizione sociale, anzi, spesso anche quando proviene da quella più misera, ha la singolare capacità di annullare tutto affidandosi ad un senso del divertimento che è tale solo per sentito dire.

E’ obbligatorio divertirsi e per questo si ricorre alla ritualità indotta da decenni di media “educativi”, affidandosi al limbo culturale artificiale capace di annullare, per qualche scampolo risibile di tempo, la triste realtà della propria vita.


Il tutto porta con sé alcuni effetti collaterali, il principale dei quali è l’incapacità di tornare compiutamente, a fine “festa”, quando diverrebbe vitale lavorare per annientare le cause profonde di una misera esistenza.
Questo deve essere ben presente anche per il Ministro Tria, quando impunemente argomenta che una patrimoniale sarebbe un disastro per il paese.
L’Italia sgambettante dietro a qualche mostro sacro televisivo, annientata dalle bollicine metaforiche provenienti dal teleschermo, obnubilata dai fuochi artificiali, dalla sagra commerciale della polenta e dalle prodezze dei milionari della palla, beve tranquillamente, come si trattasse di un’ovvietà incontestabile, che chi più ha, meno deve pagare.


Alla fine, se ci si pensa, non c’è molta differenza da quando il popolino sacrificava i propri figli migliori a divinità che avevano il compito di garantire prosperità ad un società pagata da loro, ma gratificante, già allora, solo per gli “eletti”.


Per porre fine a questa storia occorre bruciare il pallottoliere della borghesia con ciò che, di esso è presente stabilmente nel nostro cervello. E’ la condizione per, in automatico, prendere a legnate non metaforiche il lenone o il sacerdote di turno, compresi quelli che sfoggiano maschere moderne.
Chissà, magari sarebbe davvero divertente e, in ogni caso dimostrerebbe che non siamo solo capaci di sacrificarci per far vivere nel potere e nell’agio chi da sempre ci considera schiavi.

G Angelo Billia

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