Bomb Tonn di Davide Volponi, il ritorno dell’arte politica

Nella cornice un po’ straniante del T Hotel, capita di trovare il nuovo lavoro di Davide Volponi, Trist/Bomb Tonn: quattro barattoli in vetro con l’etichetta Bomb Tonn, che contengono un gioco simile al Tris – da cui il titolo dell’opera – con pedine di piombo a forma di tonni e di bombe, su una griglia fotografica che ha sullo sfondo una spiaggia sarda, quella di Porto Pino, con una bomba in primo piano (una vera granata inerte). Davide ci ricorda che a Domusnovas l’azienda RWM, parte del gruppo tedesco Rheinmetall defense, fabbrica ed esporta armi in tutto il mondo. Forse la maggior parte di noi ha dimenticato il video del New York Times che mostra alcuni ordigni prodotti in Sardegna e venduti all’Arabia Saudita, per essere utilizzati nella guerra in Yemen, bombe che sono partite dall’aeroporto cagliaritano di Elmas alla volta di Ta’if, nel sud dell’Arabia Saudita, vicino alle coste del mar Rosso. Parallelamente, intrecciando i temi, Davide Volponi ragiona sulle servitù militari, che occupano ampie aree costiere della Sardegna, rendendo inaccessibili le spiagge per la maggior parte dell’anno perché chiuse per le esercitazioni militari. Un filone di indagine forse scomodo nel panorama dell’arte sarda, che però si rivela puntuale a livello nazionale e internazionale, considerato che, in questo momento Michael Rakowitz al Castello di Rivoli, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev, Iwona Blazwick e Marianna Vecellio, Emilio Prini alla Fondazione di Merz di Torino, a cura di Beatrice Merz,  Simone Forti con Vicino al cuore, a cura di Chiara Nuzzi e Alberto Salvadori, all’ICA di Milano  e Hans Haacke a New York  segnano il ritorno dell’arte all’impegno politico. A Roma, lo scorso novembre, si è chiusa Arte e regimi, 1960-1990, alla Galleria Mascherino Arte Contemporanea. Davide Volponi ci racconta che il vero scandalo è il mondo in cui viviamo, le verità nascoste, l’indifferenza, la mancata presa di coscienza, e lo fa attraverso un’opera che apparentemente si propone come un gioco, come può essere la guerra nei video games, che invece denuncia una realtà tristemente (da cui il titolo Trist) vera, non edulcorata o pettinata per esigenze di mercato. L’impresa non è facile nell’epoca dell’infotainment, in cui la notizia impegnata spesso è abbinata a quella frivola. Lo aveva raccontato Thomas Hirschhorn con i suoi provocatori collages, Easycollage e Collage-­Truth, esposti al MAN di Nuoro nel 2015, in cui accostava immagini di guerra a servizi di moda, che mostravano come la nostra relazione con le immagini, sempre più semplificata, ci faccia perdere la realtà, a favore di una sua visione parziale. L’impegno di Davide Volponi consiste nel far prendere coscienza al pubblico dei fatti che riguardano il territorio in cui vive e stimolarlo all’elaborazione di un pensiero critico. L’immagine della Sardegna nell’immaginario collettivo coincide con quella spiaggia a cui Davide aggiunge però un elemento di disturbo: una bomba. Quella bomba ci porta a ragionare sulle servitù militari e sulla fabbrica degli ordigni militari di Domusnovas. Siamo assuefatti dalle immagini, o siamo ancora in grado di provare una certa sensibilità? La spiaggia di Porto Pino è un simbolo della fragilità della nostra isola, del suo ecosistema, ma il ragionamento non si ferma qui. A pochi passi da dove Davide Volponi ha scattato la foto ci sono ancora i resti, abbandonati, di barche di migranti in fuga da quelle guerre di cui siamo parte, visto che si fabbricano bombe sul nostro territorio, destinate alle guerre mediorientali che colpiscono esseri umani che poi, migrando, diventano degli indesiderati sul nostro suolo. Possiamo domandarci se ci conviene restare indifferenti a una fabbrica di morte e poi lamentarci se i superstiti di quelle guerre vengono a cercare rifugio a casa nostra? La doppia morale è in agguato. La mattanza di cui ci parla Trist/Bomb Tonn mette a confronto il tonno e la bomba, le loro forme si somigliano, ma conviene osservare meglio, e distinguere, per evitare di finire come i tonni, in conserva e sottovetro, e mandare giù bombe, prendendole per buone.

Chetti Ghisu

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