Triste l’arte in Italia

CRITICA MALEDETTA

Ormai, cari amici, è arrivato il momento, esattamente dopo 25 anni da una mostra internazionale importante, di rivelare una grossa tristezza nella mia carriera artistica che ho sempre evitato di rivelare per non sentirmi meschino a farlo.

Ma siccome le cose non sono cambiate in italia nell’arte sia per quanto mi riguarda che in generale, anzi sono notevolmente peggiorate (ad es. il caso Bloom – Samorì) ritengo necessario e anzi morale, solo per mettere in allarme i giovani artisti da critici che possono letteralmente distruggerli, rivelarlo a tutti nascondendo però particolari che sfiorando il pettegolezzo questi si depisterebbero il discorso dalla pura, asettica semplice e utile per tutti, verità.

Il quadro, il primo sotto, grande 2m x 2m e anche il trittico dopo (oggi proprietà di un mio collezionista) erano il tipo di lavoro che facevo negli anni ’90 molto più estremo e contemporaneo sia per la tematica, per il simbolismo e per la stessa materialità di pittura di quello di pittori miei contemporanei.

Affrontavo per primo credo in italia un tipo di figurazione estremamente frastagliata come texture direi astratta ma molto più estrema di qualsiasi tipo di pittura avessi mai visto in giro.

 

Preparavo le tele con una imprimitura leggera di gesso e colla che con diluenti particolari si frammentava quel tanto che mi permetteva di far vibrare il colore e la materia nel modo che volevo.

Da questa pittura apparentemente astratta scaturivano delle forme umane e animali che a differenza di quello che è stato costretto a fare Pollock dal critico Clement Greenberg (tappare il più possibile i buchi del suo dripping che davano ancora il senso della profondità prospettica e far sparire qualsiasi traccia di figura) le lasciavo, le accentuavo e su quelle lavoravo in modo che risultassero le più naturali possibili scaturite da un caos infernale tremendo.

Quindi la mia era una pittura totale nel senso che la figurazione scaturiva dalla sola pittura e dalla materia e che non abbisognava della fotografia.

Le dimensioni alcune erano enormi fino a 2 metri x 8 metri (“Giardino di Livia” in foto).

Questo per quanto riguarda la tecnica. Per quanto riguarda l’indagine tematica avendo già allora letto anzi direi studiato e approfondito la filosofia contemporanea inserivo nei miei quadri temi erotici sadomasochistici o Baitalliani con risvolti politici nella contemporaneità di allora tra il pop e l’onirico.

Soggetti pregnanti come il quadro “fucilazione erotica” o il trittico degli uccelli – tema storico – ma che nel mio caso si svolgeva in una cucina economica con tanto di frigorifero, computer tv e tinello – uscivano dal mio studio a due piani e con 4 vetrate luminosissime e immense situato in via San Pietro (ex casa della luce) a Padova.

Pur avendo avuto anch’io dei riferimenti visivi storici come tutti gli artisti, i miei riferimenti più circostanziati allora erano legati alla contemporaneità degli anni novanta e per l’esattezza a certi artisti che avevo visto alla bIennale del Whitney a New York e sono sincero quando dico che non ricordo più neppure il loro nome (non ho avuto la presenza di segnarmeli). Quindi la mia pittura si articolava con concetti onirici ma anche concreti, di coscienza liminale direi e una tecnica di figurazione-astrazione nuova per allora ma lo è in una certa misura ancora oggi non avendo avuto pressoché sviluppo, anzi abortita direi e non  è per questo non ho certo potuto fare scuola.

Molti di questi quadri enormi sono finiti a collezionisti ma altri sono stati distrutti dai parenti dei vecchi collezionisti credo per fare spazio in magazzino.

Nel ’95 c’erano comunque tutti gli ingredienti nel mio lavoro perchè cominciassi a fare delle mostre importanti.

Cosi avvenne infatti.

A parte alcuni premi acquisto in banche in biennali trivenete con Sgarbi, Segato e partecipazioni a mostre all’estero quella più importante fu una mostra in cui mi trovavo a fianco di artisti come Tom Friedman, Sue Williams, Matt Collishaw, Paul de Reus ed altri.

La mostra si chiamava “oltre la normalità concentrica” e il curatore era un grosso critico della Galleria Mazzoli di Modena Gianni Romano.

Mostra bellissima sperimentale in cui il critico con il lungo e complesso scritto nel catalogo e con lo sforzo non indifferente con gallerie di mezzo modo soprattutto di New York riusci a esporre quadri importanti di questi artisti che allora non erano ancora famosi.

Poi andò a buon fine anche la ricerca degli sponsors da parte dei coordinatori.

Tutto sembrava filare liscio per un certo successo invece per me fu un inferno che solo mia madre riusci a cogliere anticipatamente nella sua pienezza avendola portata alla mostra, avendo lei delle capacità sensoriali fuori dal comune ed essendo anche lei pittrice ed attrice di teatro.

In quella mostra che si svolse a palazzo da Zara a Padova vennero critici, galleristi collezionisti da tutto il nord italia, i più famosi furono Emilio Mazzoli da Modena e Massimo de Carlo da Milano.

Poi siccome c’erano in mostra anche artisti italiani come Mario Airò, Marco Cingolani, Dimitris Kozaris, Luca Pancrazzi, vennero a vederla anche molti altri artisti Luisa Lambri ed altri.

Insomma c’era molta contemporaneità di allora a tal punto che i critici di Padova decisero gli anni seguenti di farmi la guerra perchè mi dissero non avrei dovuto portare gente “simile” importante nel loro territorio (ero anche coordinatore) primo fra tutti Giorgio Segato che da allora non mi invitò più a nessuna mostra.

Ma la poca lungimiranza e cattiveria pura della critica non è stato il comportamento risentito del critico ufficiale del Comune di Padova che essendo già allora i veneti dei provinciali leghisti mal sopportavano l’intrusione della contemporaneità mondiale nel loro territorio.

E’ stato invece il comportamento del critico ufficiale della mostra Gianni Romano che sembrava quasi divertirsi sadicamente a distruggere il mio lavoro durante la mostra, (una vera esecuzione come il mio quadro nè più ne meno).

Mi fece portare il giorno della mostra il quadro grande che vedete per primo nella foto che avevo intitolato “fucilazione erotica” e siccome sulla parete aveva un impatto cosi forte da ridurre di potenza il lavoro degli artisti americani inglesi e olandesi presenti sicuramente più affermati di me e questa ombra non si doveva vedere, all’ultimo momento, poche ore prima me l’ha fatto togliere e riportare a casa e fatto sostituire con un mio quadro piccolo e insignificante che lui ha voluto scegliere.

Avete già capito che nessuno ha notato quel mio quadro piccolo e quindi me come artista.

Potere della critica, potenza della critica, onnipotenza della critica alla quale non ci si può opporre se probabilmente non tiri fuori le armi giuste al momento giusto quando il sadismo non sara appalto solo della critica, ma è ridicolo, veramente che l’artista con loro non possa dire niente, il potere è loro e basta, La Chiara Bertola notò il mio quadro e anche la Luisa Lambri e la Chiara mi disse che era assurdo portarlo via sostituendolo con quello insignificante visto che veniva mezzo mondo dell’arte a vedere la mostra.

Ma non ci fu niente da fare, insistetti un pò con Gianni niente. Cominciò l’inferno, la lunga giornata della mostra, il dolore serata al Pedrocchi che rera uno sponsor con tanto di buffet, i sorrisi, l’indifferenza, la disperazione, il silenzio.

La cosa grave non fu solo questa ma il fatto che persi un pò di fiducia in me stesso per anni e vennero fuori effettivamente quadri più astratti, come quelli che inserisco.

Pensavo dentro di me che quel mio quadro fosse stato eliminato perchè troppo forte il tema di un uomo che veniva masturbato in in una specie di esecuzione con dei fucilieri che fanno saltare in aria un cavallo, e io invece di insistere su questi temi erotico violenti li abbandonai inconsciamente pensando che i tempi non fossero maturi per certe cose (pensate che stupido) e diventai immediatamente più debole, più artefatto e meno originale.

Solo recentemente lavorando sull’identità e sulle pluriidentità con una forte carica violenta e ironica ho ritrovato al stessa forza e forse ancora di più, sono passati 25 anni ma stavolta nessun critico di nessuna parte del mondo intralcerà la mia strada a costo di non esporre più nulla o di girare con la pistola, che tristezza però l’arte in italia.

Alessandro Saccocci

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