TRUMP E…

TRUMP E…

Il capitalismo sta soffrendo una crisi senza precedenti ed è una crisi indotta dalla propria maturazione.

Non è il caso, qui, di riprendere la magistrale analisi di Lenin, è sufficiente ricordare che l’unico momento dimostrabile unificante dell’imperialismo, rimane lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Per il resto, è del tutto normale che, alle contraddizioni interimperialistiche si accompagnino contraddizioni sulle ricette atte a mantenere in schiavitù il genere umano.

Tra l’altro queste soluzioni, oltre a servire nella guerra contro l’antagonista di classe, hanno il pregio di poter essere utilizzate anche come strumenti della guerra interimperialistica.
Chi pensa all’imperialismo come ad un blocco omogeneo sbaglia, perché non tiene conto degli interessi contrapposti delle fazioni che lo compongono. Ad esempio l’approccio all’imperialismo europeo dell’era pre Trump era un approccio di contenimento e isolamento nell’area della sfera d’influenza USA.
In questo quadro, anche fermandosi per comodità agli ultimi avvenimenti dell’era Clinton-Obama, rientra la guerra Ucraina preparata dagli USA, con le sanzioni alla Russia.

Prima ancora d’essere letta come attacco a Putin, va interpretata come condizionamento all’Europa e allo stesso scopo doveva essere interpretata la provocatoria politica espansiva della NATO in Europa.
Anche la posizione discordante fra vecchia e nuova amministrazione USA sulla brexit è lì a dimostrare il timore della perdita del migliore alleato degli USA di Obama e all’opposto, la sua utilità al nuovo corso nord americano.
Il cambiamento di scenario dell’amministrazione Trump, lungi dall’essere semplicemente espressione di un becero nazionalismo isolazionista, è il frutto di una nuova ricetta.

I migliorati rapporti con la Russia, che molti interpretano come riduzione dei pericoli di guerra, in realtà risponde a diverse esigenze USA.
S’intende, per esempio, porre un freno alla possibile saldatura politica-militare, indotta dagli interessi USA nel Pacifico,ma non solo, fra la Russia e la Cina.

Difficilmente Putin rinuncerà ai vantaggi derivanti dalla rinnovata “amicizia” americana, ricchi vantaggi, visto che torneranno d’attualità tutti i progetti, in gran parte legati al trasporto e alla vendita delle materie prime energetiche in Europa, che sono stati interrotti con le sanzioni.
In quest’ambito la sorte dell’imperialismo europeo rimane comunque pesantemente legata al ruolo di provincia americana già assegnatale dalle passate amministrazioni, con una differenza non da poco: sarà obbligata, per esercitare questo ruolo, ad un pesante riarmo funzionale all’espansionismo nordamericano, ed è proprio su questo punto che s’innesta l’utilità della brexit per Trump.
Occorre ricordare, comunque, che le molte ambiguità della cancelliera tedesca, esistenti già con Obama, sono il riflesso del forte brontolio di un imperialismo che, sentendosi maturo mal digerisce le tutele.
Resta il fatto che i nazionalismi, mentre vengono utilizzati con disinvoltura dalla borghesia, rimangono pur sempre il collante ideologico attorno al quale raccogliere consensi soprattutto fra gli avversari di classe più sprovveduti.
E’ qui che si giustificano i movimentismi, i quali, attribuendo poteri salvifici alla, tra l’altro inesistente borghesia nazionale, sortiscono quasi sempre l’effetto di attrarre nell’alveo delle contraddizioni interimperialistiche anche l’operato di chi con esse non ha nulla da spartire.
Trump, Putin e l’Europa come si è configurata fin’ora, sono la migliore rappresentazione concreta delle contraddizioni interimperialistiche, e i “fermenti” nazionali che attraversano questi paesi contrapponendo l’uno agli altri, non sono altro che il frutto dello schieramento da un lato o dall’altro delle stesse contraddizioni.
Chi, fra i componenti del mondo del lavoro finisce nelle spire di questa logica, individuando in una delle parti la parte “migliore”, deve sapere che ha già fatto un passo avanti, difficilmente reversibile, nel continuare a favorire la schiavitù propria e dei propri simili.
La classe operaia e le masse lavoratrici in genere, se non sono preda delle favole capitalistiche sono le uniche a poter rivendicare, a buon diritto, il loro internazionalismo come soluzione dei mali dell’umanità.

La guerra non può essere con o contro Trump, né può portare ad analisi nell’ambito delle quali un contendente è meglio di un altro, questo conviene lasciarlo ai teorici del meno peggio sempre allineati col capitalismo “buono”.

G Angelo Billia

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