Un parere da comunista

Un parere da comunista

Il materiale umano è quello dei reduci del massacro capitalistico, cioè il bacino elettorale di riferimento a sinistra e, oggi come un tempo, le sirene del capitalismo “rinnovato”, utilizzando astrazioni immaginifiche, fanno il pieno di consensi per i massacri successivi.

Il tutto è ancora propiziato dalla sinistra “rivoluzionaria”, interventista, sul Piave, perchè incapace di scindere gli interessi dei lavoratori da quelli del capitale e nell’attualità per la stessa ragione (governi di centro sinistra e, più recentemente l’idea balzana di un capitalismo migliore se a trazione paranazionalistica mediterranea).
Alla fin dei conti, allargando il discorso alla sinistra che, sia pure con impostazioni ed intenti differenti, regolarmente si accoda al rito fraudolento elettorale, si deve prendere atto che, politicamente si oscilla, a seconda degli attori, da una riproposizione di schemi datati e vissuti come tali dai lavoratori, a programmi più idonei a soddisfare le esigenze intellettuali di chi li propone, piuttosto che ad essere compresi da quello che si considera il proprio bacino elettorale.
In questo senso credo che il richiamo a modi espressivi “populisti” provenienti da sinistra, abbia una sua validità.

L’incapacità dei comunisti di tradurre concetti di fondo identificativi di una società senza padroni in modo comprensibile, in un mondo dove l’alfabetizzazione di massa è funzionale all’analfabetismo politico, dimostra, tra l’altro, quanto questo processo abbia mietuto vittime fra gli stessi comunisti.
Ad esso si deve anche lo stesso atteggiamento assunto nei confronti del momento elettorale, atteggiamento oscillante fra un’interpretazione intesa dogmaticamente: ”usare le istituzioni come una tribuna” e una mistificante: “le elezioni sono sempre un momento democratico attraverso il quale è possibile affermare le ragioni dei lavoratori”.
L’attrazione fatale delle elezioni “purché sia”, è indicativa dell’incapacità di analizzare in termini di convenienza di classe nel momento dato, l’opportunità o meno d’aderire.
In questo senso, va ricordato anche che, chi farnetica d’astensionismo ad oltranza, dimentica che i comunisti hanno il dovere di sfruttare le contraddizioni intercapitalistiche.

La sovrapposizione alla realtà in movimento di una realtà analitica statica, buona per definizione, ma incapace di concepire l’uso delle debolezze del sistema ad uso e consumo della classe lavoratrice, non porta da nessuna parte.
E’ fuori discussione che, quest’analisi, totalmente schematica per comodità, ha una sua validità se al centro di essa si richiama la necessità del Partito.
Il partito, quella forma politico organizzativa dove s’insegna e s’impara ad applicare l’autentica democrazia; dove si nega ogni diritto di cittadinanza alle personalizzazioni; dove ogni decisione matura da un dibattito collegiale approfondito, al termine del quale l’orientamento prevalente assume valore di decisione vincolante per tutti, che potrà essere ridiscussa solo alla luce delle eventuali problematiche sorte in seguito alla sua applicazione.

Il partito comunista, inteso come luogo nel quale la discussione non può mai rompere l’unità del collettivo con la formazione di gruppi contrapposti, in quanto espressione politico organizzativa mutuata dalla borghesia e dalla socialdemocrazia, la sua stampella di sempre.
La spia di quanto tutto questo manchi, più ancora che dalla frammentazione organizzativa imperante, è costituita dal tenore della molteplicità di risposte alla situazione attuale.
Ciò che colpisce è l’elemento introspettivo prevalente che si coglie nei mille commenti “comunisti”, la maggior parte incentrati sull’attaccamento ai simboli e ad un passato “glorioso” vissuto e ricordato senza l’ombra di un’analisi che permetta almeno di comprendere i molti perché della situazione attuale.
L’elemento fondamentale, forse l’unico ostacolo ad una proiezione realistica nelle battaglie future, è la mancanza assoluta di una risposta al quesito che più di ogni altro dovrebbe far ragionare: nel paese l’odio è sparso a piene mani e ha attecchito in vasti settori della popolazione, si odiano i politici, i disonesti, ma anche gli onesti e i neri sono trasformati in muleta da milioni di tori improvvisati, su tutto manca, però, l’odio per la classe sociale che riduce i lavoratori in schiavitù, la borghesia.
E’ possibile che la responsabilità sia solo di chi non capisce?

Certo, la cultura dominante è congegnata per questo, ma noi, che piangiamo se non c’è falce e martello, siamo proprio sicuri che decliniamo il “sol dell’avvenir” in un linguaggio comprensibile?

Davvero la capacità di rompere gli schemi è tutt’intera della borghesia e dei suoi sgherri?
Infine, siamo proprio sicuri di parlare del “sol dell’avvenir”?

G Angelo Billia

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