Una riflessione al limite del senso

Dichiarandoci anarchici proclamiamo innanzitutto di rinunciare a trattare gli altri come non vorremmo essere trattati noi da loro; di non tollerare più la disuguaglianza che permetterebbe ad alcuni di esercitare la propria forza, astuzia o abilità in maniera odiosa.
PËTR ALEKSEEVIC KROPOTKIN

Non conosco di persona Danilo Sini a parte qualche sbrigativa presentazione, vengo a conoscenza del suo percorso artistico solo da quest’ultima sua personale tenuta all’EXMA dal titolo “Al limite del senso”, la mostra curata da Gianni Murtas durerà fino al 22 settembre 2019 in Via San Lucifero 71 Cagliari

La mostra rispetterà i seguenti Orari di apertura:
Dal martedì alla domenica dalle ore 9.00 alle 13.00 e dalle ore 16.00 alle 20.00. Giovedì 9/13 – 16/22 Chiuso il lunedì.

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La mostra presenta lavori realizzati dalla metà degli anni ottanta sino ad opere degli ultimi mesi precedenti alla mostra, vista la varietà e la quantità di spunti di riflessione che i singoli lavori o la serie selezionata di lavori permettono, mi limiterò ad esporre un brevissimo pensiero che ho avuto osservando la mostra nel suo complesso.
All’entrata ci si trova davanti ad un acquasantiera manipolata e un quadro al lato sinistro, raffigurante un ragazzino con la testa da bimbo, probabilmente lo stesso artista, con un icona molto singolare in petto e delle grandi orecchie da topolino, l’opera permette l’interazione del pubblico che si esplica nel raccogliere l’acqua e toccare il cuore, come fosse una preghiera di purificazione o di avvelenamento viste le indicazioni iconografiche presenti nell’acquasantiera.
Ma sono presenti in mostra altre opere interattive, si può pregare in ginocchio sul libro rosso di Mao davanti ad un cristo crocifisso su una croce di pelliccia, come ci si può sedere in una sedia elettrica a dondolo. Indubitabile l’assidua presenza di diverse pratiche religiose Cattoliche, di simboli precisi e frecciatine dal sapore acre. Sembra voler chiedere allo spettatore di mettersi all’ascolto delle opere e della vita in una disposizione di spirito critica, ogni opera non è che una sfaccettatura di specchio del mondo per come gli si presenta, un allarme contro le trappole della civiltà moderna in cui il sogno dell’america lo si può seguire solo in tv, contro una religiosità dittatrice, che fa da giudice e delle volte anche da carnefice, che non ci consola nella malattia, che violenta l’autenticità dei rapporti, che si presenta come un incubo d’infanzia, come un grido in un mondo che è un deserto per lo spirito, un mondo fatto di bambini che vestono i costumi del topo Mickey come ad indicare l’ombra grottesca del “divertimentificio” capitalista che li rende strumenti e si ciba dei loro ingenui desideri, un mondo fatto di adulti che non sanno ascoltare, ma demonizzando una forma di pensiero ne propone delle altre, gioca a sfottere i miti e le paure, si sdoppia, veste panni sacerdotali e gioca all’omicidio facendo diventare killer e carnefici anche dei pupazzi come accade per gli Hobbies, sceglie di indossare e far indossare la corona di spine, immedesimazione in Cristo seppure in una sua versione personalissima e caricaturale, in una versione in cui il cuore non brucia ne sanguina, ma ride di un riso grottesco deformato dall’interno dai tratti della croce, che è semplicemente strumento di tortura umano, non più simbolo divino.
Lui stesso afferma, “qualsiasi cosa presente nella mostra è un autoritratto” qua la consapevolezza profonda del non essere altro che un filtro della realtà, e lui con il coraggio del parresiasta non si nasconde, non limita il suo modo di esprimersi ad un solo linguaggio riconoscibile, ma ne utilizza diversi, accetta l’incomunicabilità che Moravia definiva come “la noia” e prosegue, crea. L’ho trovato completamente libero perché vero, senza compromessi, e questo mi ha colpito molto.
Per concludere questo mio breve pensiero sulla mostra, se realmente la ricerca di Sini svuotasse i simboli Cristiani dai loro contenuti profondi, perché esserne così schiavo? ma sopratutto come potrebbe essere così preciso nella loro critica? forse perché a suo giudizio tutta la cultura occidentale ne è schiava.
In realtà la sua ricerca non mi sembra altro che il riflesso di un atteggiamento profondamente Cristiano, perciò necessariamente anti cattolico, per quanto ai limiti del senso questa affermazione possa sembrare ad alcuni, pur considerando la tensione anarchica del suo operare, perché tutto è impostato sull’idea che il passato è male, le opere create come atto nel presente sono mezzo di redenzione ed il futuro è teso verso una speranza di salvezza, infatti se non ci fosse possibilità di salvezza non si avrebbe motivo di critica e perciò di creazione.
Ed è anche nella risata del cuore, ironica e grottesca che l’arte di Danilo Sini prende dimensione sacrale, il gioco dell’arte come prassi religiosa, che salvifica e redime, che gioca con le cose esattamente per come gli sembrano, che libera dai riferimenti a significati fermi, spiando la realtà e riportandola, nel suo comunicare che è un caleidoscopico variare di linguaggi attraverso il quale poter vedere la realtà da una prospettiva critica precisa, che non teme di mettersi in dubbio giocando con le sue e con le nostre certezze, come dovrebbero poter fare i bambini negli spazi della loro intimità, senza essere mai giudicati.

Francesco Cogoni.

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