Un’influencer minore

DI UN’INFLUENCER MINORE I: LA PREISTORIA

S era nata in un piccolo paesino del Friuli.

Qualcuno avrebbe detto campagna profonda, talmente profonda da sembrare un baratro. Parlava un dialetto contaminato malamente dall’italiano, ma del resto quest’ultimo non le era mai servito, né a scuola né al lavoro.

A 15 anni il padre se n’era andato.

Non che fosse morto, ma se n’era andato da casa senza far sapere più nulla, quindi è un po’ come fosse morto, ma non c’era una lapide in cimitero dove andarlo a trovare, e questo a S pesava molto.
Dopo un po’ dall’abbandono del padre, fu il peso del corpo a crearle problemi.

Si sentiva grassa, le sembrava che il cibo ingoiato le finisse ovunque, deformandola.

Avrebbe voluto controllare dove il grasso transitava, si depositava, come si consumava.

Ma non ci riusciva: quindi decise che il grasso non sarebbe più entrato nel suo corpo.

L’avrebbe bandito, l’avrebbe sconfitto e costretto alla resa incondizionata. Ma gli altri le dissero che fu lei a perdere la guerra: glielo dissero in ospedale, quando la ricoverarono coattamente.

Per anni fu costretta a pendolare fra scuola, ospedale e casa, oramai divenuta un carcere: sua madre, dopo la sonora sconfitta dell’anoressia, controllava la regolarità dei suoi pasti con la ferocia di un secondino.
Fra un ricovero, un anno scolastico perso e la madre depressa, S scoprì 3 cose fondamentali: di avere un culo considerato un capolavoro d’arte classica, che scopare le piaceva molto, che truccare e truccarsi, vestire e vestirsi erano le uniche vere passioni della sua vita.

La prima e la seconda scoperta erano strettamente intrecciate: il suo fondo schiena sembrava disegnato da Giotto, e lei lo sfoggiava ed esaltava in decine di modi sempre differenti, suscitando l’invidia delle femmine e la passione dei maschi.

Passione che l’appassionava tremendamente, dal punto di vista diciamo fisico.

Era quello sentimentale a lasciarla perplessa: già dal primo fidanzatino, aveva scoperto i maschi erano affetti dalla strana smania di andarsene. Avevano tutti la malattia di suo padre.

Con i successivi compagni aveva provato varie cure: controllargli il cellulare, chiamarli all’improvviso la notte per ricordagli che lei esisteva e li aspettava, fare sortite a sorpresa a casa loro.

Eppure nulla sembrava funzionare: tutti se ne andavano lo stesso.

Gli ultimi addirittura se n’erano andati persino prima di scopare… il mondo era un posto pieno d’oscurità e assurdità pensava, e quando questo pensiero l’attraversava, gli occhi diventavano lucidi, cominciava a singhiozzare, e poi il panico la prendeva: qualcosa che non aveva nome, una tenebra senza immagine né fine la avvolgeva, la torturava e poi se ne andava, per ritornare una settimana o un mese dopo. La vita dev’essere tutta così si diceva, e tirava avanti, come aveva fatto sua madre, come aveva fatto sua nonna prima di lei, come aveva fatto tutta la razza umana da sempre.


DI UN’INFLUENCER MINORE II: L’EPIFANIA E LA METAMORFOSI

Aveva 22 anni, quando una sua amica le fece scoprire Instagram: S vide per la prima volta decine di ragazze della sua età e un pò più grandi di lei mostrare con orgoglio culo e tette, vestirsi e truccarsi, il tutto venendo sommerse da like e persino pagate per esserlo.

Fu un’epifania: basta con i lavori sottopagati e precari che trovava nei baretti dei paesetti vicini o nelle fabbriche alla periferia della città vicina, adesso avrebbe finalmente fatto ciò che amava, e sarebbe stata ben pagata per farlo.

Certo non era stupida, e sapeva che la strada per diventare influencer è in salita: bisogna iniziare a farsi un pubblico, indossare capi gratis, passare la giornata a farsi decine di foto per poi poterne utilizzare una manciata.

Ci mise tutto l’impegno e l’ingegno di cui disponeva: partì con il farsi un profilo base, con una decina di foto in cui risaltava in primo piano il suo culo di matrice rinascimentale, e costringendo ogni persona che conosceva a mettere il following al suo profilo.

Dando fondo a tutte le sue conoscenze, riuscì a racimolare 300 riluttanti seguaci.

Cominciò quindi a raffinare le sue armi: i suoi glutei non erano più il primo piano assoluto, ma venivano posti su sfondi sempre diversi… suggestivi scorci di campi, la propria camera, l’ampia veranda, i bagni e le camerette delle amiche, perfino panorami marini: l’intera natura e il meglio della civiltà sembravano essere state create perché potessi fotografarcisi dentro.

Si era accorta che mettere ovunque le sue chiappe dopo poco stancava i followers, quindi cominciò anche a immortalare tramonti e albe (queste ultime meno, era dura alzarsi alle 5 di mattina per fare un foto, lavorare sui filtri per pubblicarla alle 7, e poi tornare a letto).

Ora che aveva un profilo che riteneva “professionale”, le mancavano tre cose: uno smartphone di ultima generazione per foto perfette, i capi firmati e le frasi intellettuali da affiancare alle foto.

Il primo lo recuperò lavorando 2 mesi in un bar, mettendo via ogni singolo euro guadagnato fra stipendio e mance; il terzo lo risolse recandosi per la prima volta dopo la fine della scuola in libreria: cercò dapprima nel reparto poesia, ma non le piacevano tutte quelle parole che non dicevano nulla distribuite a caso con gli a capo, erano uguali a quelle che le facevano imparare a scuola.

Quindi provò nel reparto romanzi, ma prima di trovare una frase “profonda” e “dolce” bisognava leggerne centinaia di inutili… presa dalla disperazione, finì nel reparto filosofia, e prese in mano il libricino più piccolo che trovò: “Aforismi sulla saggezza della vita”… lo sfogliò e venne presa dall’entusiasmo: quell’autore che a scuola non le avevano mai insegnato diceva esattamente quello che pensava lei, ma in maniera che lei non sapeva dire.

Aveva le parole per tutto: per quando era delusa dai maschi che lasciavano, per quando la tenebra l’assaliva, per quando dopo il panico stava per giorni stesa a letto senza muoversi.

Cominciò ad a mettere le frasi del vecchio tedesco sotto ogni sua foto, disorientando inizialmente il suo pubblico: culi e aforismi sul malessere di vivere sotto un diluvio di hastag agli altri sembravano ridicoli.

Ma lei continuò imperterrita, e alla fine i suoi followers si arresero a questo strano connubio: si era imposta, aveva vinto.

I capi firmati risultarono una grana maggiore: i pochi soldi che guadagnava finivano nelle rate della macchina e dello smartphone, e per lo shopping rimaneva veramente poco.

Siccome non era stupida, trovò il modo di far quadrare il cerchio: dopo un anno di tentativi, riuscì a farsi assumere in un outlet multimarca.

Certo stava a un’ora d’auto da casa sua, e il misero stipendio veniva divorato dalla benzina, ma poco importava: non appena il responsabile del negozio era distratto, lei prendeva i vestiti dagli espositori, si nascondeva in camerino e si cambiava rapidamente, fotografandosi durante l’operazione.

Tornata a casa, lavorava su quegli scatti furtivi e li rendeva perfetti, per poi postarli il giorno dopo, fingendo fossero frutto di una sessione di shopping.


 

DI UN’INFLUENCER MINORE III: IL SUCCESSO IMMOBILE

Presto il suo profilo divenne il ricettacolo del meglio del fashion sul mercato: Gucci, Calvin Klein, Supreme, Prada, Armani… il suo corpo esile e candido si svestiva e rivestiva continuamente, sembrava nato per quello, e i suoi followers se ne erano rapidamente accorti, aumentando geometricamente in pochi mesi.

La routine era infranta di tanto in tanto dai controlli ospedalieri e da quella maledetta tenebra che la prendeva a volte, e sembrava volerla costringere ad abbandonare la sua corsa verso il successo: il dubbio che tutto fosse inutile, che alla fine della fiera non ci fosse che la solitudine e l’abbandono ogni tanto tornavano nella sua mente, per venire energicamente scacciato… nulla l’avrebbe fatta desistere.
Passò un anno, e poi un altro ancora: il successo stranamente non arrivava.

I suoi seguaci non crescevano più, anzi, diminuivano lentamente.

Le marche che taggava non l’avevano mai notata, nonostante offrisse il suo meraviglioso sedere per diffondere il loro nome.

Il suo archivio messaggi era deprimente: centinaia di messaggi di 50enni disperati, 20enni che mandavano foto del proprio uccello, ex amiche e sconosciute che la offendevano per l’orgoglio con cui mostrava il corpo.

Non un addetto marketing o un fotografo che la contattasse: sembravano scomparsi, reclusi in un luogo a lei inaccessibile.

Solo il continuo ruotare dei vestiti le dava soddisfazione: l’outlet sembrava un pozzo senza fondo di possibilità in attesa d’essere esplorate.
Un giorno, quando il buio l’avvolgeva e non sembrava farla respirare, prese il cellulare e si mise a riguardare il suo profilo dalla prima all’ultima foto: 4 anni al ritmo di 5 foto al giorno, aveva costruito un capolavoro.

Mano a mano che scorreva le foto si accorse di una cosa: in tutte era sempre sola.

Sola al mare, sola in macchina, sola in camerino, sola in camera.

Da due anni perfino le amiche non entravano più negli scatti: le aveva eliminate perché non le rubassero i followers.

I seguaci dovevano essere suoi, suoi e basta.

Dovevano seguire lei, non andarsene con le altre.

Finita la panoramica di tutte le foto, ne aprì qualcuna: le citazioni di Schopenhauer le rileggeva sempre con piacere.

Una fra le tante la colpì, e le sembrò quasi una coltellata alla schiena

“Gli avvenimenti della nostra vita sono come le immagini del caleidoscopio nel quale ad ogni giro vediamo una cosa diversa, mentre in fondo abbiamo davanti agli occhi sempre la stessa”

non l’aveva capita quando l’aveva trascritta, nemmeno adesso la capiva del tutto, eppure qualcosa intuiva, e le faceva paura.

Stretta fra l’oscurità e una luce che faceva più male della prima, prese il cellulare e si fece un selfie: gli occhi erano umidi, ma il trucco non era colato e la faccia non era stanca.

Lavorò un po’ sui filtri, poi pensò al commento: voleva mettere qualcosa di profondo, qualcosa di suo e solo suo… ci pensò a lungo, e poi scrisse “Semplicemente me” e aggiunse due faccine, una ridente e una piangente.
La postò e si sentì liberata.

Federico Leo Renzi

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