Valutare l’Arte (2) comments on topic

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painnet.blade @email.it

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http://www.cagliariartmagazine.it/valutare-larte-1/

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miglior commento

Anonimo@ La danza delle Silfidi

( contributo pubblicato nei commenti del post http://www.cagliariartmagazine.it/valutare-larte-2/

Scrive l’Anonimo@:

“  Questa novella  vorrebbe criticare la serie di post sulla valutazione dell’arte in generale. Per ciò che concerne il suo  ultimo articolo su CAM, non capisco interamente l’approccio proposto da Lorenzo Renzi, perchè per me l’arte è produzione simbolica che ci rivela un sapere dove non esiste scissione tra mondo osservabile e io osservante; si potrebbe trovare in ciò un collegamento con il principio di indeterminazione di Heisenberg (autore di cui parla spesso) che prescrive che non si possa investigare un fenomeno senza interferire su di esso, al punto da non poterlo conoscere. Penso che l’enunciazione del principio di indeterminazione dimostri che tutta l’impostazione culturale occidentale sia impossibilitata a offrirci i mezzi per un adattamento fisiologico all’ambiente in cui viviamo, sia fisico che umano.

Risposta :

Sul lavoro di Lorenzo Renzi la inviterei a leggere anche i motivi della sua reticenza rispetto la possibilità di ‘fare a pezzi’ un testo poetico. Lui tuttavia, ha il coraggio di cambiare idea… Come i grandi.

A lei vorrei dire, gentile e prezioso interlocutore, che un sistema di classificazione, come vedremo anche in ambito scientifico, forse non si mostrerà utile a certificare che un’opera  sia ‘migliore’ di un’altra. No! Nemmeno io credo sia questo l’obiettivo ultimo di una simile operazione, Ma se ci decidessimo a sottoscrivere o solo a considerare dei criteri alternativi a quelli imposti dall’autorità, o almeno capire che la portata del problema non si limita alla sola arte ma riguarda l’intera società (l’economia, la sanità e soprattutto la politica), riusciremmo forse a comprendere molti aspetti controversi del mondo in cui viviamo, laddove il  sistema falsamente denominato ‘liberista’ dietro proclami ed etichette che inneggiano alla libertà, ambisce a strutturare una società pienamente e globalmente controllabile. Tutto ruota intorno alla questione delle scelte che un vecchio paradigma liberista indicava come cartina a tornasole del principio di libertà sociale e che oggi – dobbiamo prenderne atto –  non siamo più in grado di fare autonomamente, ovvero senza l’imbeccata dei media, prestando fiducia (malriposta  fiducia) a criteri (vere e proprie valutazioni arbitrarie) dettati dall’alto che pretendono di imporci i prodotti da comprare, i loschi figuri da cui farci governare e persino, problema non meno urgente, le terapie da seguire per curare una malattia. Se cominciassimo insomma a considerare la questione della ‘valutazione qualitativa’ come ‘culturale’, riusciremmo forse a capire quale paccottiglia il mercato vuol far passare per oro e , forse,  a non farci più prendere per il naso e per la gola da quei furfanti che si passano per galantuomini e che pretendono perfino di prescriverci le regole della convivenza sociale.

In pratica,  per parafrasare un celebre personaggio del grande Aldo Palazzeschi,  se cominciassimo finalmente a reagire a questo assurdo sistema del controllo delle risorse e delle menti,  riusciremmo forse a non farci più vendere fumo per arrosto e a sceglierci da soli come vivere e come tirare le cuoia .

Pe-re- là,

pe- re-là.

Evviva Perelà!

A morte Perelà!

fabio painnet blade

Scrive Gianni Maxia  http://www.cagliariartmagazine.it/conversazioni-con-gianni-mascia-poeta-e-scrittore/

La Fisica Quantistica ha aperto uno squarcio nel velo dell’ignoranza che hanno posato sull’Uomo, dimostrando che il Mistero esiste e mostrandoci la resa della Scienza davanti a esso. Perchè il Mistero è il terreno privilegiato di Arte e Poesia e solo esse sono capaci di evocare, orientare, governare il comportamento misterioso, bizzarro e inspiegabile dei Quanti, cioè l’essenza più profonda e pura di tutto ciò che è in Natura, compresi Noi…

 … Ogni cosa è legata al TUTTO e a ogni sua parte, nel segno di una Fratellanza Mistica governata da leggi eternamente valide, sia per l’infinitamente piccolo, i Quanti, che per l’infinitamente grande, Pianeti, Stelle e Galassie. L’Uomo risvegliato nella sua Coscienza Poetica interpreterà tali leggi sublimandole in un pantheon di immagini, racconti, gesta e rituali che ripopoleranno il nostro immaginario di nuovi e antichi Miti, rappresentando, attraverso l’Arte, il nostro rinnovato legame con la Natura, con il Cosmo, con la nostra Storia, con Noi stessi. Creiamo un Mito per ogni albero, foresta, collina e luogo, ed essi non saranno più solo un insieme di legna, terra e pietre. Ridefiniamo le parole strappandole alla prosaica versione di un dizionario e loro diverranno immagine sacra, musica, poesia. Ri-doniamo a ogni cosa la capacità di darci emozioni attraverso un dipinto…

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  • La discussione sale di livello, da un lato l’incapacità dell’umano di attribuire al linguaggio dell’arte il giusto e sacro valore simbolico, dall’altro il mercato che avvertendo tale tensione come insita nella struttura genetica e biologica dell’umano si accredita il ruolo di sciogliere tale matassa annullandone i presupposti fondanti, fosse un ragionamento filologico distante dalla realtà, la soluzione sarebbe che l’arte è una questione di gusto privato e non di mercato, ma il suo accredito culturale sarebbe pubblico e comunitario e non privato, qui c’è il corto circuito contemporaneo, nel nome dell’omologazione il privato impone al pubblico il suo valore dell’arte, la minoranza della comunità culturale nel nome del suo valore di mercato annienta i distinguo simbolici culturali e territoriali, siamo dinanzi al disgregamento delle culture territoriali e la tragedia è che si narra che si stiano ampliando…

  • fabio painnet blade

    MIMMO DI CATERINO @: “La discussione sale di livello, da un lato l’incapacità dell’umano di attribuire al linguaggio dell’arte il giusto e sacro valore simbolico,

    Questo dovrebbe essere il ‘velo dell’ignoranza’ di cui scrive Gianni Maxia.

    Ma l’ignoranza , ovverosia, l’incapacità di legare il linguaggio dell’arte ai suoi valori simbolici (e quindi auninsieme di codici conformi allo spazio-tempo culturale), da cosa dipende?

    MimmoDI Caterino @“nel nome dell’omologazione il privato impone al pubblico il suo valore dell’arte, la minoranza della comunità culturale nel nome del suo valore di mercato annienta i distinguo simbolici culturali e territoriali”.

    Esattamente! L’annientamento dei distinguo ( son parole tue, Mimmo) deve essere evitato. Il nocciolo cruciale è pertanto il ripristino delle condizioni necessarie ad evitare il livellamento dei ‘distinguo’ . Tuttavia – come ho appreso in questo spazio – i tentativi di omologazione perpetrati nella storia non sono stati sufficienti a livellare/conformare le diversificazioni dei vari linguaggi artistici. Proprio le tue parole, paziente Mimmo, insegnano che la strumentalizzazione dell’oggetto/prodotto artistico, conseguente alla duttibilità dei linguaggi spontanei dell’Arte, non ne ha esaurito il flusso energetico, quello cioè necessario al continuo rinnovamento, che non può realizzarsi entro un contesto chiuso ed omologante come quello che al giorno d’oggi è rappresentato dal mercato o dai signorotti che ne pianificano le sorti.
    L’Arte, insomma, sopravvive nonostante tutto, (attingo dalle tue parle Mimmo.) grazie all’autoconservazione del suo impulso eterogeneizzante, il quale, per mantenersi tale, deve sempre partire dal basso. Storicamente è sempre stato così, per questo motivo siamo indotti a credere, fin a prova contraria, che l’energia si rigeneri in questo humus caotico creatosi nel circuito diversificato di tutto ciò che rimane avulso dal privato, dai suoi criteri e dai suoi interessi, dalle sue logiche ergonomiche e razionalizzanti. PPPasolini sostiene il medesimo concetto riguardo la lingua italiana, che manifesta le sue più profonde trasformazioni (le trasformaz. richiedono energia) nei ceti bassi della popolazione, quella non ancora istruita, da cui la sua avversione per l’istruz. scolastica. Va da sé che l’energia non si rigenera dall’ ‘alto’. Quindi il problema della carenza dell’impulso naturale diversificante, di fatto non esiste. Semmai è nella percezione comune, nel criterio di valutazione della realtà e nell’ incapacità intellettiva di operare discrimini (indotta culturalmente) che attecchiscono le logiche, qui dette ‘omologanti’, le quali attraverso una sofisticata operazione di condizionamento subliminale (educazione e formazione) intervengono direttamente a livello neuro-percettivo fin dentro le strutture di cui, la nostra intelligenza, non può fare a meno. In conclusione per alterare le strutture superiori che presiedono la facolttà discriminativa (selezionare e scegliere in base a un criterio) è necessario conoscere i meccanismi che regolano la funzione comunicativa del linguaggio, e attraverso quella, padroneggiare i principi sistemici percettivo-cognitivi che ci consentono di entrare in relazione col mondo e con gli altri individui, ovvero di comunicare.

  • fabio painnet blade

    in risposta alla ‘Danza delle Silfidi’ dell’ Anonimo@ lettore.

    In un suo recente lavoro Maria Vanda Danese (In arte Mewy, artista ricordata anche fra le pagine di questo spazio.) mette a confronto due poeti, a mio modo di vedere, estremamente rappresentativi delle due facce della cultura scientifica, quella classica/meccanicista e quella indeterministica/quantistica. Nelle due poesie viene riportata in versi un’esperienza comune ma sostanzialmente differente: l’osservazione di un fiore.
    Il poeta Alfred Tennyson scrive:

    <>

    Matsuo Basho, invece, in un haiku si esprime così:
    <>*

    *(E.Fromm – Avere o essere? – Mondadori EDitore.)

    La differenza fra i due autori è significativa. Osserviamo che la reazione di Tennyson alla vista del fiore consiste nel desiderio di possederlo come esperienza fisica; egli infatti lo recide per poi tenerlo in mano con ‘radice e tutto’. Tennyson conclude i suoi versi con una riflessione intellettualistica sulla possibile funzione del fiore posto al servizio di una sua necessità: la comprensione della Natura di Dio e dell’ uomo. Il fiore tuttavia cade ineluttabilmente vittima di questo bisogno umano nonostante esso riguardi l’emotività e l’interesse provato dal poeta.
    Come risulta dalla sua composizione, Tennyson rappresenta il pensiero Occidentale che cerca la Verità assoluta col metodo dell’analisi scientifica, cioè si serve di un criterio inadeguato ad indagare la vita e la sua essenza ( dinamicità e relazione) che, all’opposto privilegia il senso utilitaristico dell’analisi e ne orienta il campo direttamente sul comportamento dei corpi inerti. Egli percorre la strada tracciata dall’indirizzo newtoniano il quale scopre la forza di gravità attraverso il suo influsso sulla materia inorganica. Newton infatti, comincia ad accorgersi della mela quando gli cade sulla testa, prima non s’era mai avveduto dell’energia insita nel frutto e nulla si era domandato della prodigiosa forza che l’aveva portata a crescere fin sui rami più alti dell’albero in uno slancio che si era opposto, fino a vincerla, alla stessa forza di gravitazione universale. Allora – ma solo allora – tutto si è fatto più chiaro e prevedibile per il sommo scienziato. Tutto ciò ci riporta ai versi del suo conterraneo Tennyson, con la differenza che il vegetale in questione da lui preferito, non aveva ancora esaurito il suo ciclo vitale.
    Di tutt’altro genere è la reazione di Basho di fronte alla mistero della Natura che interagisce e pone in stretta relazione tutti i suoi elementi. Egli non desidera cogliere e nemmeno sfiorare il fiore, si limita ad osservarlo senza interferire sul suo percorso ed anzi non può fare a meno di notare come fiorisca (meglio) vicino alla siepe.
    Se ne evince che Tennyson abbia bisogno di possedere il fiore per comprendere i suoi simili e la Natura, sebbene ciò comporti, come si è detto, il suo completo (fino alle radici) annientamento.
    Ciò cui Basho aspira è ‘vedere’ e non soltanto guardare il fiore, egli intende essere tutt’uno e identificarsi con esso e lasciarlo vivere, così come vorrebbe per sé e – si può a questo punto agilmente concludere – per i suoi simili.

    Maria Vanda Danese

    • fabio painnet blade

      Rilevo fra le pagine di questo spazio on-line frequenti riferimenti alla meccanica quantistica, da parte di artisti. La mia attenzione si è soffermata su un pensiero di Gianni Maxia, molto importante a mio avviso in questa serie dedicata alla valutazione dell’Arte. Difatti ponendo i due contributi, quello dell’Anonimo e quello del Maxia http://www.cagliariartmagazine.it/conversazioni-con-gianni-mascia-poeta-e-scrittore/ , a confronto, balza all’occhio come uno sia coerente con la citazione (Werner Heisenberg), mentre l’altro, no! I motivi che, secondo me, l’Anonimo interlocutore altera con una trascrizione parziale del significato del principio di indeterminazione, li puntualizzo così, scusandomi fin d’adesso per la prolissità della mia esposizione (non sono riuscito a fare di meglio) :

      Dalla partizione fisica, che fa capo agli studi sui quanti, abbiamo appreso che ‘ogni cosa è legata al ‘tutto’, questo concetto è stato precisamente formalizzato nella descrizione del mondo microscopico, devo però puntualizzare che per la scienza classica la versione quantistica non rappresenta affatto un riferimento valido, e non lo è stata nemmeno in passato. Per via delle implicazioni filosofiche (argomento a cui Heisenberg ha dedicato parte della sua divulgazione scientifica) i fisici che l’hanno adottata e diffusa sono stati spesso osteggiati dalla Russia stalinista in avanti e tutt’ora, anche in occidentale la si continua a considerare con un margine di scetticismo. Mi ha stupito perciò la definizione di Gianni Maxia che mostra un acume rivelatore non comune in un ambito che non può di certo aver appreso dalla formazione scolastica, la quale – lo ricordo – non si discosta mai dalla versione accademica e conservatrice delle discipline. Questo sorprendente artista afferma nel suo post che le leggi quantistiche sono valide nell’infinitamente grande come nell’infinitamente piccolo. Egli si discosta dunque dalla fisica classica che, pur piegandosi alla formalizzazione indeterministica in campo microscopico, continua, rispetto al cosmo, a prestar fede ai modelli newtoniani. Ciò perché l’indeterminazione dell’infinitamente grande , per essere definita in termini quantitativi, richiede tempi talmente estesi da sfuggire alla facoltà intellettiva. In via teorica però, fino a prova contraria, il Gianni Maxia intuisce correttamente il principio.
      Tradizionalmente dunque le dinamiche astrali sono state indagate in senso prettamente deterministico, ovvero secondo i principio dello spazio euclideo e della meccanica newtoniana. Gianni Maxia rappresenta allora un esempio concreto delle possibilità in cui si può spingere l’Arte quando i suoi migliori interpreti si esprimono con cognizione di causa.

      Nel commento alla novella sulla danza delle Silfidi leggo invece raffigurazioni poco concilianti con le rappresentazioni quantistiche, questi i motivi della mia disapprovazione .
      Il cinico Re Matematico, e chissà quanti come lui, può tranquillamente aver ispirato il sonetto di Tennyson, ma l’atteggiamento del poeta giapponese Basho, ritengo rappresenti molto più esattamente la prospettiva quantistica. Infatti Werner Heisenberg (se lo si cita bisogna perlomeno citarlo per intero) afferma che il principio di indeterminazione non riduce o inficia la determinabilità di un fenomeno, non porta alla inclassificabilità dei fenomeni fisici (indeterminazione non è sinonimo di indeterminabilità), ma induce semmai alla quantificazione su base probabilistica. Eli perciò postula una forma di conoscenza alternativa a quella classica.
      Quindi, per tornare alle parole del gentile interlocutore, non è corretto dire che l’investigazione sia inutile in termini di conoscenza (letterale: “…che non si possa investigare un fenomeno senza interferire su di esso, al punto da non poterlo conoscere.”) , ma piuttosto che la sterilità di un certo tipo di indagine dipenda da un metodo di classificazione improprio, che è altra cosa.
      W.H , da buon fisico, nega dunque la possibilità di spiegare il mondo attraverso gli strumenti meccanicisti dell’analisi newtoniana (rifiuta pertanto il sistema di descrizione spaziale cartesiano) ed introduce un concetto rivoluzionario: la probabilità. Se ne evince che l’osservatore passivo sia sì un elemento condizionante e ‘di disturbo’ , ma la sua interferenza dobbiamo ritenerla paragonabile a quella di un qualsiasi altro elemento presente in natura, un temporale, un insetto, o un cinghiale che stabilisce di scagacciare sui petali del fiore e su tutta la siepe che lo ospita. Ciò per dire che nel mondo della complessità tutto condiziona tutto e dal tutto viene condizionato ed è impossibile nella realtà biologica studiare e descrivere tutte le interferenze e tutti i condizionamenti.
      Non viene intaccato dunque il principio (necessario) dell’osservazione ma il metodo, cioè la modalità di mettere insieme i dati osservati. Il metodo indeterministico ribadisce in definitiva la necessità dell’indagine globale (ambiente + oggetto) sul moto dei corpi quando essi non sono vincolati (o lo sono in misura minima) da una forza costante, primariamente condizionante (La gravità perciò interferisce in misura minima e poco utile ai fini del suddetto calcolo). Possiamo descrivere forse la traiettoria del volo di una farfalla, applicando tutte le misurazioni possibili sugli elementi naturali che compongono lo stesso insetto e l’ambiente che lo circonda?
      . Si può quindi affermare , giusto per avviarci ad una conclusione, che il movimento della materia inerte (e non di quella organica) possa sì sottostare ai vincoli della partizione newtoniana, ma quando si parla di materia viva (bios= vita) occorre attenersi a un diverso paradigma.
      Se il Re matematico avesse dunque giocato a dadi * non si sarebbe sognato di sradicare le Silfidi dal loro ambiente, dalla loro casa, ma si sarebbe accontentato di ammirarle e di abbeverarsi alla loro fonte di bellezza assoluta muovendo il suo regale sederone e andandosele a cercare in prima persona invece che commissionare il lavoro a un drappello di sfaticati paggetti (magari assunti con contratto a termine).

      *Il Dio che gioca a dadi di Werner Heisenberg

    • fabio painnet blade

      Rilevo fra le pagine di questo spazio on-line frequenti riferimenti alla meccanica quantistica, da parte di artisti. La mia attenzione si è soffermata su un pensiero di Gianni Maxia, molto importante a mio avviso in questa serie dedicata alla valutazione dell’Arte. Difatti ponendo i due contributi, quello dell’Anonimo e quello del Maxia http://www.cagliariartmagazine.it/conversazioni-con-gianni-mascia-poeta-e-scrittore/ , a confronto, balza all’occhio come uno sia coerente con la citazione (Werner Heisenberg), mentre l’altro, no! I motivi che, secondo me, l’Anonimo interlocutore altera con una trascrizione parziale del significato del principio di indeterminazione, li puntualizzo così, scusandomi fin d’adesso per la prolissità della mia esposizione (non sono riuscito a fare di meglio) :

      Dalla partizione fisica, che fa capo agli studi sui quanti, abbiamo appreso che ‘ogni cosa è legata al ‘tutto’, questo concetto è stato precisamente formalizzato nella descrizione del mondo microscopico, devo però puntualizzare che per la scienza classica la versione quantistica non rappresenta affatto un riferimento valido, e non lo è stata nemmeno in passato. Per via delle implicazioni filosofiche (argomento a cui Heisenberg ha dedicato parte della sua divulgazione scientifica) i fisici che l’hanno adottata e diffusa sono stati spesso osteggiati dalla Russia stalinista in avanti e tutt’ora, anche in occidentale la si continua a considerare con un margine di scetticismo. Mi ha stupito perciò la definizione di Gianni Maxia che mostra un acume rivelatore non comune in un ambito che non può di certo aver appreso dalla formazione scolastica, la quale – lo ricordo – non si discosta mai dalla versione accademica e conservatrice delle discipline. Questo sorprendente artista afferma nel suo post che le leggi quantistiche sono valide nell’infinitamente grande come nell’infinitamente piccolo. Egli si discosta dunque dalla fisica classica che, pur piegandosi alla formalizzazione indeterministica in campo microscopico, continua, rispetto al cosmo, a prestar fede ai modelli newtoniani. Ciò perché l’indeterminazione dell’infinitamente grande , per essere definita in termini quantitativi, richiede tempi talmente estesi da sfuggire alla facoltà intellettiva. In via teorica però, fino a prova contraria, il Gianni Maxia intuisce correttamente il principio.
      Tradizionalmente dunque le dinamiche astrali sono state indagate in senso prettamente deterministico, ovvero secondo i principio dello spazio euclideo e della meccanica newtoniana. Gianni Maxia rappresenta allora un esempio concreto delle possibilità in cui si può spingere l’Arte quando i suoi migliori interpreti si esprimono con cognizione di causa.

      Nel commento alla novella sulla danza delle Silfidi leggo invece raffigurazioni poco concilianti con le rappresentazioni quantistiche, questi i motivi della mia disapprovazione .
      Il cinico Re Matematico, e chissà quanti come lui, può tranquillamente aver ispirato il sonetto di Tennyson, ma l’atteggiamento del poeta giapponese Basho, ritengo rappresenti molto più esattamente la prospettiva quantistica. Infatti Werner Heisenberg (se lo si cita bisogna perlomeno citarlo per intero) afferma che il principio di indeterminazione non riduce o inficia la determinabilità di un fenomeno, non porta alla inclassificabilità dei fenomeni fisici (indeterminazione non è sinonimo di indeterminabilità), ma induce semmai alla quantificazione su base probabilistica. Eli perciò postula una forma di conoscenza alternativa a quella classica.
      Quindi, per tornare alle parole del gentile interlocutore, non è corretto dire che l’investigazione sia inutile in termini di conoscenza (letterale: “…che non si possa investigare un fenomeno senza interferire su di esso, al punto da non poterlo conoscere.”) , ma piuttosto che la sterilità di un certo tipo di indagine dipenda da un metodo di classificazione improprio, che è altra cosa.
      W.H , da buon fisico, nega dunque la possibilità di spiegare il mondo attraverso gli strumenti meccanicisti dell’analisi newtoniana (rifiuta pertanto il sistema di descrizione spaziale cartesiano) ed introduce un concetto rivoluzionario: la probabilità. Se ne evince che l’osservatore passivo sia sì un elemento condizionante e ‘di disturbo’ , ma la sua interferenza dobbiamo ritenerla paragonabile a quella di un qualsiasi altro elemento presente in natura, un temporale, un insetto, o un cinghiale che stabilisce di scagacciare sui petali del fiore e su tutta la siepe che lo ospita. Ciò per dire che nel mondo della complessità tutto condiziona tutto e dal tutto viene condizionato ed è impossibile nella realtà biologica studiare e descrivere tutte le interferenze e tutti i condizionamenti.
      Non viene intaccato dunque il principio (necessario) dell’osservazione ma il metodo, cioè la modalità di mettere insieme i dati osservati. Il metodo indeterministico ribadisce in definitiva la necessità dell’indagine globale (ambiente + oggetto) sul moto dei corpi quando essi non sono vincolati (o lo sono in misura minima) da una forza costante, primariamente condizionante (La gravità perciò interferisce in misura minima e poco utile ai fini del suddetto calcolo). Possiamo descrivere forse la traiettoria del volo di una farfalla, applicando tutte le misurazioni possibili sugli elementi naturali che compongono lo stesso insetto e l’ambiente che lo circonda?
      . Si può quindi affermare , giusto per avviarci ad una conclusione, che il movimento della materia inerte (e non di quella organica) possa sì sottostare ai vincoli della partizione newtoniana, ma quando si parla di materia viva (bios= vita) occorre attenersi a un diverso paradigma.
      Se il Re matematico avesse dunque giocato a dadi * non si sarebbe sognato di sradicare le Silfidi dal loro ambiente, dalla loro casa, ma si sarebbe accontentato di ammirarle e di abbeverarsi alla loro fonte di bellezza assoluta muovendo il suo regale sederone e andandosele a cercare in prima persona invece che commissionare il lavoro a un drappello di sfaticati paggetti (magari assunti con contratto a termine).

      *Il Dio che gioca a dadi di Werner Heisenberg

    • Vi leggevo e riflettevo sulla storia della concettualizzazione dei linguaggi che caratterizzano l’umano, c’è un momento particolare dove nasce il mercato (non solo quello dell’arte) in Europa ed è il 1200 con Leonardo Pisano (Fibonacci).
      Mi spiego meglio:
      – Il linguaggio dell’arte nasce 40000 anni fa.
      – Il linguaggio scritto solo 5000 anni fa.
      – Il sistema Matematico attuale Indo Arabo, soltanto nel 500 d.c.
      – La Matematica in Europa come la conosciamo oggi in grado di determinare ed interconnettere mercati e impacchettata e venduta a partire da Fibonacci (fino a quel momento il mercato era un fatto di numeri romani, dita ed abaco).
      Azzardo se introduco in chiave simbolica, una rivoluzione dei linguaggi dell’arte, ancora in corso, ad opera della scissione tra l’universo logico scientifico matematico e quello artistico creativo artigianale?
      Se la soluzione di queste vostre incredibili questioni fosse da ricercare in una progressiva scissione dei linguaggi che si sconfessano a vicenda fino ad arrivare ad oggi con i like e le condivisioni algoritimiche che attribuiscono un valore di mercato ad immagini, selfie, video, artisti e quant’altro come unica alternativa alle quotazioni delle case d’asta?
      Da un lato la scienza della Matematica tradotta in investimento di mercato, dall’altra un algoritmo…

  • fabio painnet blade

    MIMMO DI CATERINO @: “La discussione sale di livello, da un lato l’incapacità dell’umano di attribuire al linguaggio dell’arte il giusto e sacro valore simbolico,

    Questo dovrebbe essere il ‘velo dell’ignoranza’ di cui scrive Gianni Maxia.

    Ma l’ignoranza , ovverosia, l’incapacità di legare il linguaggio dell’arte ai suoi valori simbolici (e quindi auninsieme di codici conformi allo spazio-tempo culturale), da cosa dipende?

    MimmoDI Caterino @“nel nome dell’omologazione il privato impone al pubblico il suo valore dell’arte, la minoranza della comunità culturale nel nome del suo valore di mercato annienta i distinguo simbolici culturali e territoriali”.

    Esattamente! L’annientamento dei distinguo ( son parole tue, Mimmo) deve essere evitato. Il nocciolo cruciale è pertanto il ripristino delle condizioni necessarie ad evitare il livellamento dei ‘distinguo’ . Tuttavia – come ho appreso in questo spazio – i tentativi di omologazione perpetrati nella storia non sono stati sufficienti a livellare/conformare le diversificazioni dei vari linguaggi artistici. Proprio le tue parole, paziente Mimmo, insegnano che la strumentalizzazione dell’oggetto/prodotto artistico, conseguente alla duttibilità dei linguaggi spontanei dell’Arte, non ne ha esaurito il flusso energetico, quello cioè necessario al continuo rinnovamento, che non può realizzarsi entro un contesto chiuso ed omologante come quello che al giorno d’oggi è rappresentato dal mercato o dai signorotti che ne pianificano le sorti.
    L’Arte, insomma, sopravvive nonostante tutto, (attingo dalle tue parle Mimmo.) grazie all’autoconservazione del suo impulso eterogeneizzante, il quale, per mantenersi tale, deve sempre partire dal basso. Storicamente è sempre stato così, per questo motivo siamo indotti a credere, fin a prova contraria, che l’energia si rigeneri in questo humus caotico creatosi nel circuito diversificato di tutto ciò che rimane avulso dal privato, dai suoi criteri e dai suoi interessi, dalle sue logiche ergonomiche e razionalizzanti. PPPasolini sostiene il medesimo concetto riguardo la lingua italiana, che manifesta le sue più profonde trasformazioni (le trasformaz. richiedono energia) nei ceti bassi della popolazione, quella non ancora istruita, da cui la sua avversione per l’istruz. scolastica. Va da sé che l’energia non si rigenera dall’ ‘alto’. Quindi il problema della carenza dell’impulso naturale diversificante, di fatto non esiste. Semmai è nella percezione comune, nel criterio di valutazione della realtà e nell’ incapacità intellettiva di operare discrimini (indotta culturalmente) che attecchiscono le logiche, qui dette ‘omologanti’, le quali attraverso una sofisticata operazione di condizionamento subliminale (educazione e formazione) intervengono direttamente a livello neuro-percettivo fin dentro le strutture di cui, la nostra intelligenza, non può fare a meno. In conclusione per alterare le strutture superiori che presiedono la facolttà discriminativa (selezionare e scegliere in base a un criterio) è necessario conoscere i meccanismi che regolano la funzione comunicativa del linguaggio, e attraverso quella, padroneggiare i principi sistemici percettivo-cognitivi che ci consentono di entrare in relazione col mondo e con gli altri individui, ovvero di comunicare.

  • alfonso

    Sono d’accordo con la tua critica alla dipendenza dalle pressioni monopolistiche che siamo costretti a subire.
    Purtroppo la maggioranza delle scelte non è assolutamente guidata da una nostra libera decisione.
    Ormai questa totale sottomissione è irreversibile poichè viviamo e respiriamo condizionamenti sempre più limitanti, ne siamo completamente contaminati. Soltanto una radicale opera di purificazione potrebbe debellare questo mortale virus.
    Ma siamo pronti ad accettare il contatto con il fuoco purificatore? Io no!

  • fabio painnet blade

    MIMMO DI CATERINO @: “La discussione sale di livello, da un lato l’incapacità dell’umano di attribuire al linguaggio dell’arte il giusto e sacro valore simbolico,

    Questo dovrebbe essere il ‘velo dell’ignoranza’ di cui scrive Gianni Maxia.

    Ma l’ignoranza , ovverosia, l’incapacità di legare il linguaggio dell’arte ai suoi valori simbolici (e quindi a un insieme di codici conformi allo spazio-tempo culturale), da cosa dipende?

  • fabio painnet blade

    Abbozzo uno spunto in riferimento a quanto scrive Di Caterino

    scrive Mimmo DI Caterino @ : “nel nome dell’omologazione il privato impone al pubblico il suo valore dell’arte, la minoranza della comunità culturale nel nome del suo valore di mercato annienta i distinguo simbolici culturali e territoriali”.

    Esattamente! L’annientamento dei distinguo ( son parole tue, Mimmo) deve essere evitato. Il nocciolo cruciale è pertanto il ripristino delle condizioni necessarie ad evitare il livellamento dei ‘distinguo’ . Tuttavia – come ho appreso in questo spazio – i tentativi di omologazione perpetrati nella storia non sono stati sufficienti a livellare/conformare le diversificazioni dei vari linguaggi artistici. Proprio le tue parole, paziente Mimmo, insegnano che la strumentalizzazione dell’oggetto/prodotto artistico, conseguente alla duttibilità dei linguaggi spontanei dell’Arte, non ne ha esaurito il flusso energetico, quello cioè necessario al continuo rinnovamento, che non può realizzarsi entro un contesto chiuso ed omologante come quello che al giorno d’oggi è rappresentato dal mercato o dai signorotti che ne pianificano le sorti.

  • fabio painnet blade

    Scusa Alfonso@ non sono riuscito a postare la risposta ai tuoi quesiti. Attendi, perché non capisco da cosa dipende. Proverò a limitare l lunghezza dei post. Sta in campana i prossimi giorni perché vorrei puntualizzare meglio il tuo importante contributo- Ciao

    • alfonso

      Fabio, non ci sono problemi. A presto

  • Beppe

    Ciao Fabio,
    Sono d’accordo con il pensiero di Gianni Mascia.
    Mascia scrive “ ….dimostrando che il Mistero esiste e mostrandoci la resa della Scienza davanti a esso “ e anche “ Perchè il Mistero è il terreno privilegiato di Arte e Poesia e solo esse sono capaci di evocare, orientare“.
    Secondo il mio punto di vista, Mascia esprime la sua convinzione di come la scienza non ha le caratteristiche per investigare a fondo il mondo, per cui il linguaggio scientifico non è il grimaldello che può svelare il mistero, cosa che invece è possibile alla arte, la quale può studiare e mostrare il Mistero.
    La funzione dell’arte deve essere quella di rivelare l’essenza del mondo, attraverso la sua peculiare facoltà; quella cioè di esprimersi attraverso il linguaggio simbolico, perchè il simbolo non è né allegoria né segno, ma l’immagine di un contenuto che pur essendo sconosciuto alla scienza, non è meno reale e meno importante degli oggetti studiati dalla scienza stessa.
    Se l’arte, attraverso il linguaggio simbolico è il mezzo per eccelenza per studiare il mondo, non vedo la necessità di chiamare arte le poesie asimboliche, così come dichiarato dal prof. Renzi.

    • fabio painnet blade

      Dissento Beppe: l’arte ha in qualche caso anticipato le soluz scientifiche ma in generale, si muove sullo stesso terreno della scienza: indaga il moto, la variazione. Non ho letto negli scritti di Mascia nulla di contraddittorio su questo principio.

      • Beppe

        Fabio, ti ringrazio della risposta. Cortesemente ti chiedo dove posso trovare il brano da cui hai estrapolato la citazione di Mascia, perchè, se non sbaglio, non si trova nel link che hai inserito.

        • fabio painnet blade

          Sai che non lo trovo più? Dovrebbe essere nei siti che indica il Mascia alla fine della sua intervista (quella del post da me erronem indicato). Ecco vedi? sarebbe stato bello sentire l’autore per tirar fuori da questa chiacchierata qulcs di costruttivo, ma come tanti non pongono recapiti, non vogliono essere disturbati dal pubblico, specie dopo che lo sfruttano per cercare successo. La scusa di non poter seguire la corrispondenza troppo copiosa, è una fregnaccia paraculista che i grandi autori (che rispondevano alle migliaia di lettere da tutto il mondo) , hanno più volte spiegato come risolvere.
          Ecco questo dovrebbe essere un criterio fondamentale del valore di un artista:
          – scrivi un libro? NOn dai la tua disponibilità al confronto coi tuoi lettori? Bene, scrivi quanto ti pare, ma obiettivamente non vali un cazzo!

          • Beppe

            Ciao Fabio,

            La teoria dei quanta non permette una descrizione completamente oggettiva della natura. pag. 128 (Heinseberg Fisica e filosofia)

            Nello stesso tempo vediamo che la natura statistica delle leggi della fisica microscopica non può essere evitata, giacché qualsiasi conoscenza del «reale» è – a causa delle leggi teoretiche quantiche – per sua stessa natura una conoscenza incompleta. L’ontologia del materialismo poggiava sull’illusione che il tipo di esistenza, la «realtà» diretta del mondo intorno a noi, potesse essere estrapolato sul piano atomico. Questa estrapolazione è invece impossibile. pag. 172 (Heinseberg Fisica e filosofia)

            Tre brevi domande:

            La scienza permette una descrizione esclusivamente completa ed obbiettiva della natura?

            L’arte permette una descrizione esclusivamente completa e oggettiva della natura?

            Sii può ottenere una descrizione completamente obbiettiva della natura?

            Se ciò non è possibile, la riduzione del pensiero ad esclusivo apparato matematico determinato dalla cultura greco-illuminista, ha creato la scienza come bieco strumento, fondamentale, cieco e servile del potere, attraverso il quale soggiogare e asservire – con la mistificante maschera della calcolabilità dell’universo e della conseguente incrollabile fiducia nella possibilità di dominare il mondo, con la promessa di un progresso di opulenza – gli individui, a massimizzare lo sfruttamento del lavoro altrui, al capitalismo.

  • fabio painnet blade

    Caro MImmo, la matematica pone sempre un sistema di verifica alle proprie tesi in misura ancor più rigorosa della scienza. Ecco perché il mercato non si rifà alla matematica. Il mercato è perdente
    (quindi ha disatteso le soluzioni attese) proprio nei confronti di se stesso. Segue una impostazione/tesi di comodo (deduttiva) e poi non si preoccupa di verificarla. Risultato : le merci non vengono vendute. La strada seguita dal mercato è fallimentare (parlo per l’editoria in primis. COnsultare primi post sull’argomento) proprio perché non conosce la matematica, altrimenti attraverso il metodo collaudato di errore/correzioni sarebbe già pervenuto come minimo a far quadrare i conti di bilancio.
    Il mercato che devia verso il monopolio è un mercato a-matematico (che ignora la matematica), a-finalistico e stupido. Tutto ciò che provoca omologazione è termicamente morto. L’energia produce cambiamenti e modificazioni e non livellamenti delle differenze. Ecco perché il mercato è negazione di se stesso e assorbe e razionalizza l’energia. Il mercato , l’avrai sicuramente sentito dire è conservatore nel senso peggiore del termine. TTende al controllo, non alla creazione di nuovi impulsi, il mercato annichilisce la novità per questo dobbiamo deciderci a combatterlo con tutti i mezzi.

    • Ma il calcolo della finanza è Matematica, il rendimento di un lavoro da parte dell’investitore è Matematica, un sistema di valore ed una griglia di valutazione qualunque esso sia, matematicamente crea un disvalore simbolico che nulla ha a che vedere con l’origine del linguaggio dell’arte (anche essa Matematica), questa è la questione, perché per intenderci su un artista morto (quando è di qualità) il mercato arriva anche in un secondo o in un terzo momento (dove c’è un sistema di conservazione e valorizzazione culturale pubblico che funzioni)…

  • fabio painnet blade

    Ed ora consentimi una domanda off topic, poi riprendiamo il discorso:

    – Mimmo, come si fa ad aggiungere un’immagine (foto o altro) all’articolo da postare?. Cioè fra le righe del
    testo e non nella finestra principale?.

    • Nell’articolo carichi l’immagine e l’inserisci nel punto dove hai intenzione di editarla…

      • fabio painnet blade

        Sì questo l’ho fatto fuori dal sito, poi quando copincollo dentro lo spazio artmagazine mi riporta l’articolo ma al posto dell’immagine compare un rettagolo tratteggiato. Forse richiede un particolare formato al posto del classico jpg? bho!

  • fabio painnet blade

    E per riprendere le nostre futili chiacchiere da osteria a questo punto risponderei anche ad Alfonso@.

    E’ bene dunque capire che, per quanto ci sforzassimo, sarebbe per ciascuno di noi assai difficile esimersi dal stabilire valutazioni rispetto molti aspetti della vita quotidiana. Quando scegliamo uno shampoo, un‘automobile o un farmaco non esprimiamo forse valutazioni pre-indirizzate? Non diversamente da quando scegliamo un libro su uno scaffale della libreria, un film da vedere o un quadro da appendere nel salotto di casa. Ovunque operiamo scelte la nostra attenzione subisce dei condizionamenti (specie da parte di chi vende) per guidarci nella decisione finale. Ma quanto affermi Alfonso@ ha del vero: occorre de-contaminarci, liberarci quindi dalle pressioni che canalizzano la nostra volontà verso scelte utili a terzi, anziché a noi stessi. Ecco perché batto tanto sulla necessità di saper operare i necessari distinguo fra le cose. Quest’operazione, naturalmente, non può esser vista di buon grado da chi pretende di scegliere al nostro posto ed ecco che, come appunto affermi anche tu, bisogna attrezzarsi per intraprendere una diatriba, se non un duro confronto con i controllori del sistema. Chiamala se vuoi ‘purificazione’ , per me si tratta soprattutto di capire che il confronto sarà duro e richiederà enormi sacrifici individuali, battaglie e dimostrazioni di forza che un vecchio e agguerrito sindacato chiamava ‘rivendicazioni’. Rivendicazioni del diritto che ci è stato usurpato perché scegliere, ovvero eligere, rimanga una possibilità libera e non una volontà indotta, che poi è una falsa volontà, un diritto negato. Per rifarmi a un valore antico io direi allora che, per affrontare una ‘battaglia’ di questo tipo, è assolutamente necessario disporci al sacrificio, alla rinuncia di qualcos’altro molto prezioso, perché nessuno è disposto ad indietreggiare senza vender cara la pelle.

  • fabio painnet blade

    Mimmo DC @
    il calcolo della finanza si rifà ad operazioni mentre la matematica è una questione di metodo. L’economia – lo ripeto – si avvale della aritmetica di base, quella elementare alla portata di un bimbo di dieci anni. Non sa cosa sia la matematica delle relazioni, non sa cosa sia il metodo critico. Non si tratta di riportare addendi su una grafico cartesiano…si tratta di capire e applicare procedure per verifiche, si tratta di valutare scelte innovative, creare ricchezza e non amministrarla a proprio arbitrio. Ecco perché non ha nulla a che vedere coi linguaggi dell’arte che trattano effettivamente di matematica relazionale, calcolo combinatorio ed altro. Il mercato, coi presupposti attuali, non può arrivare a comprendere e discriminare il valore qualitativo di qualsiasi cosa, figuriamoci poi se può farlo rispetto a un prodotto artistico. Non può farlo se opera con sistemi iniqui, nemmeno laddove esista un pubblico che funzioni (come tu dici) L’abbiamo già detto, se il mercato è omologante, se il pubblico riconosce questa adulterazione e la asseconda anziché combatterla, vuol dire che ,in sinergia col mercato, a sua volta omologa, livella , sottrae diversità, uccide Morte termica ! Freddo ! impossibilità di rigenerazione! Fine!

    • Fabio posso scrivertelo che ultimamente sottoscriverei le tue riflessioni in tutto e per tutto?

      • fabio painnet blade

        E vabbuò, allora penserò a qualcos’altro.

  • fabio painnet blade

    Visto che il materialismo poggiava su un’illusione (l’hai riportato correttamente), non è possibile che la conoscenza del reale possa essere estrapolata sul piano atomico, ovverossia “sul piano strettamente materialistico”. Ma… c’è un ma grosso come una casa da considerare:
    la scienza moderna (o meglio la partizione quantistica) ha negato da tempo l’efficacia del materialismo, non tanto sotto il profilo descrittivo quanto su quello predittivo. Ma alla scienza si chiede di descrivere la materia o di prevedere il movimento?
    La scienza fin dalle origini, sviluppa l’idea di individuare soluzioni a problemi pratici che richiedono una procedura volta anzitutto a concepire il principi del movimento/cambiamento e, in secondo luogo, previo una corretta lettura delle dinamiche, di anticipare con un buon livello di approssimazione ciò che avverrà.
    Sotto questo aspetto il materialismo ha fallito, l’indeterminismo no. Vediamone i motivi, ma dammi tempo Beppe.

  • fabio painnet blade

    beppe@
    La cultura illuminista-positivista (che si avvale di parte consistente della filosofia greca a della formalizzazione delle UgL) ha creato i presupposti del meccanicismo, che non invalida affatto i fondamenti newtoniani ma più che altro ne ridisegna i limiti. Fuori da questi limiti, cioè nel contesto della realtà biologica, il metodo classico (che vede il mondo come una macchina) è inapplicabile, ciò non vuol dire che il buon Newton deve esser messo sotto naftalina (per tirare su un ascensore, costruire palazzi e sparare razzi nello spazio funziona ancora egregiamente) ma solo che non lo si può utilizzare per configurare con attendibili margini di precisione, la traiettoria in volo di una farfalla.
    Le cellule quindi non sono celle, cioè recinti (corral , secondo la prima definizione che ne è stata data.), ma pile, generatori di energia, per studiare le quali occorre adottare e un diverso metodo/criterio di studio. MA quando la medicina moderna che ama definirsi ‘scientifica’ , pretende, ancor oggi, di studiare il corpo umano come fosse una macchina, allora sì che si rivela la sua vocazione ideologica e può venir sfruttata per bieche speculazioni funzionali ai giochi di potere. E’ quello che sto provando a dire con i miei post, dovrebbe esser a questo punto chiaro: se ne evince pertanto che la scienza non ha più un indirizzo monolitico e rigidamente meccanicista.

    • Beppe

      Il concetto di cellula come recinto e quindi di struttura chiusa non è casuale. Infatti gli scienziati hanno usato questo simbolo affinchè venisse riportato con la stessa valenza sulle cellule più grandi, cioè gli individui, perchè attraverso l’istruzione e la cultura venissero inibite le fondamentali facoltà umane della comunicazione e delle relazioni interpersonali, si creava così la barriera all’interno della quale la persona è inesorabilmente rinchiusa. L’individuo isolato da qualsiasi contatto è facilmente manipolabile.

      L’ intellighenzia illuminista alla ricerca di un metodo per controllare le masse e poterle così sfruttare, con grande piacere si appoggiò al modello scientifico del mago newton. Per studiare il moto di un corpo, si fa astrazione arbitraria di tutte le qualità rispetto al problema meccanico, e se ne prende il considerazione soltanto un aspetto determinante, la massa. Nella scienza del moto, il soggetto fondamentale diventa così il punto materiale, un’astrazione di un corpo ottenuta trascurando tutti i suoi aspetti fisici concreti, persino le dimensioni, per considerare soltanto la sua massa, giungendo fino a pensarla come concentrata in un punto. Il punto materiale che non esiste nella realtà, una invenzione della fervida e patologica mente di newton e dei suoi seguaci. Il movimento illuminista-occidentale ha fatto di questa visione scientifica del mondo fisico una visione universale, applicabile ad ogni aspetto della vita dell’uomo, non soltanto ai fenomeni materiali. Così siamo diventati degli anonimi, omologati e astratti punti materiali; automi imprigionati a vita in celle e muri invalicabili, che drogati di tv, sport e sesso, obbediscono docilmente ai disumani e degradanti ordini che l’elitè illuministico-occidentale ci comanda.

  • Beppe

    Il concetto di cellula come recinto e quindi di struttura chiusa non è casuale. Infatti gli scienziati hanno usato questo simbolo affinchè venisse riportato con la stessa valenza sulle cellule più grandi, cioè gli individui, perchè attraverso l’istruzione e la cultura venissero inibite le fondamentali facoltà umane della comunicazione e delle relazioni interpersonali, si creava così la barriera all’interno della quale la persona è inesorabilmente rinchiusa. L’individuo isolato da qualsiasi contatto è facilmente manipolabile.

    L’ intellighenzia illuminista alla ricerca di un metodo per controllare le masse e poterle così sfruttare, con grande piacere si appoggiò al modello scientifico del mago newton. Per studiare il moto di un corpo, si fa astrazione arbitraria di tutte le qualità rispetto al problema meccanico, e se ne prende il considerazione soltanto un aspetto determinante, la massa. Nella scienza del moto, il soggetto fondamentale diventa così il punto materiale, un’astrazione di un corpo ottenuta trascurando tutti i suoi aspetti fisici concreti, persino le dimensioni, per considerare soltanto la sua massa, giungendo fino a pensarla come concentrata in un punto. Il punto materiale che non esiste nella realtà, una invenzione della fervida e patologica mente di newton e dei suoi seguaci. Il movimento illuminista-occidentale ha fatto di questa visione scientifica del mondo fisico una visione universale, applicabile ad ogni aspetto della vita dell’uomo, non soltanto ai fenomeni materiali. Così siamo diventati degli anonimi, omologati e astratti punti materiali; automi imprigionati a vita in celle e muri invalicabili, che drogati di tv, sport e sesso, obbediscono docilmente ai disumani e degradanti ordini che l’elitè illuministico-occidentale ci comanda.

  • fabio painnet blade