Valutare l’arte (3)

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Mimmo Di Caterino @

    “Stai raccontando proprio la mia situazione presente, dopo quattro pubblicazioni con case editoriali “classiche” comincio ad essere stanco del battagliare per difendere la virgola, ho editato un testo sul “RockBus Museum” su Amazon, a costo base senza ricavi personale ed a breve immagino di fare lo stesso con “Artist bullshit job”, che vorrei terminare entro Agosto, il mercato delle case editoriali “classiche” guarda con interesse le cattedre universitarie e gli intellettuali da salotto mediatico, tirano ancora romanzi di puro intrattenimento, fermo restante che se acquisti in blocco delle copie del tuo manoscritto puoi pubblicare a prescindere dal prodotto dato che copri le spese di produzione, ma se scrivo per me che senso ha pubblicare? “

           Il senso oscuro della pubblicazione a tutti i costi

Per quanto ne so io, in Italia per pubblicare un manoscritto bisogna seguire i ‘consigli’ del finanziatore, accondiscendere alle sue preferenze e in certi casi – qualcuno racconta- persino ai suoi pruriti. Battute a parte, bisogna tener conto  che  ‘rendere pubblico’ significa anche occupare spazi (pubblici) che il mercato non ha già fatto propri, non ha ancora invaso. Questa, comunque la si voglia intendere, rimane l’unica strada percorribile se si è intenzionati a conquistare l’attenzione del prossimo e se lo si vuole fare in grande. E’ lecito pertanto domandarsi attraverso quali mezzi sia possibile esercitare una qualche forma di attrazione attentiva, perché l’attenzione, notoriamente, non è una facoltà (o un bene) di cui si può disporre a fondo perduto

Il primo studioso ad analizzare questi aspetti e a formulare un primo concetto di Economia dell’Attenzione è Herbert Simon, il quale, nei suoi scritti degli anni ’70, introduce l’idea che l’attenzione costituisce una risorsa dal momento in cui ci si trova di fronte a un eccesso di informazioni che tende a sopraffare l’individuo. Le informazioni sono, in effetti, fornite in quantità tale – soprattutto se pensiamo ai giorni nostri, dove Internet e tutte le sue applicazioni hanno enormemente ampliato la rete informativa dei media anni ’70 – da eccedere la capacità individuale di assorbimento, cosicché l’attenzione diviene il fattore che permette di limitare e gestire il loro consumo

In un mondo ricco di informazioni, la ricchezza delle informazioni significa una carenza di qualcosa d’altro: ovvero la scarsità di qualsiasi cosa l’informazione consuma. Ciò che l’ informazione consuma è piuttosto ovvio: l’attenzione di chi la riceve. Quindi una ricchezza di informazioni crea una  povertà di  attenzione e il bisogno di allocare quell’attenzione efficientemente nella sovrabbondanza di fonti di informazione che potrebbero consumarla nel mondo culturale, l’attenzione rappresenta un fattore economico che segue le dinamiche del capitalismo. Introducendo  l’argomento in maniera accattivante, lo studioso chiede ai suoi lettori che cosa sia più affascinante dell’esercitare il proprio potere di fascinazione o che cosa sia più emozionante del vedere puntati su di sé gli occhi attenti di un pubblico o del sentire i suoi applausi. La risposta appare piuttosto scontata. Come una droga, l’attenzione agisce portando chi la riceve a desiderare di riceverla sempre, acquisendo così un potere che surclassa altre forme di ricchezza e potere.

Franck osserva acutamente come nella nostra società del benessere le insegne della ricchezza materiale non siano più un fattore discriminante, ragion per cui il desiderio di distinzione crea una domanda di attributi che siano più selettivi del reddito monetario, attributi che continuino ad appartenere solamente a una élite. Indiscusso comune denominatore delle odierne élites è la notorietà, che non è altro che lo status di un soggetto in grado di ottenere la maggiore attenzione possibile, ed è dimostrabile anche solo considerando l’importanza assunta dai personaggi televisivi o cinematografici, il fascino che esercitano loro stessi o i gossip di cui sono protagonisti. La notorietà è una qualità distintiva che,  contrariamente alla ricchezza, non può divenire fenomeno di massa. Non sembra derivare necessariamente dalla ricchezza, ma nemmeno da grandi talenti o dai nobili natali, sembra essere piuttosto il frutto di una carriera standardizzata per iniziare la quale si deve avere un requisito fondamentale: la capacità di farsi strada nei media.   Quando la comparsa nei media del soggetto interessato viene commentata e discussa dal pubblico, quando, in pratica, “se ne parla”, allora si mette in moto un meccanismo per l’ottenimento di un successo più duraturo: le apparizioni del soggetto devono farsi più frequenti così da far sì che il medium possa attrarre la maggiore attenzione possibile e si crei quindi possibilità di profitto. La presenza nei media diviene la misura del successo del personaggio ma anche del medium stesso, che può a questo punto sfruttare lo spazio pubblicitario commerciabile ottenendo profitti finanziari. Secondo Franck, il reddito da attenzione supera quello finanziario proprio per la sua capacità di stimolare i media e, di conseguenza, di caricare lo spazio pubblicitario di  un potere più forte di attrazione. I media costituirebbero quindi un sistema di canali che fornisce informazioni al fine di ottenere attenzione. Viene a questo punto da chiedersi da dove derivi questo potere dei media. Finché le tecnologie erano costituite da pubblicazioni di tipo artigianale o, semplicemente, non avevano ancora permeato l’intera economia, l’economia dell’attenzione come intesa da Franck viveva il suo periodo pre-industriale. La sua fase industriale iniziale si ha nel momento in cui le prime, relativamente semplici, tecnologie di informazioni e comunicazione vengono sviluppate: la tecnologia di stampa, la radiodiffusione e la cinematografia per la prima volta assemblano quantità critiche di attenzione in forma anonima, trasformando il culto delle star in un fenomeno di massa. È allora che l’attività di attrazione si professionalizza, che l’industria pubblicitaria diviene deliberatamente accattivante .

 

                                                           Economia dell’attenzione

 

Economia dell’attenzione in sintesi:

  • L’attenzione non è disponibile in misura proporzionale all’attuale flusso informatico poiché non è un bene rinnovabile o illimitato.
  • La capacità attentiva deve quindi operare selezioni sul flusso informatico virtuale
  • I sensi infatti si rapportano differentemente alla realtà, alcuni sono più recettivi di altri nel contesto della specie, poiché essi agiscono per non far disperdere l’attenzione.
  • Antropologicamente parlando la dispersione di attenzione compromette le capacità cognitive e con esse la possibilità di recepire informazioni fondamentali per la sopravvivenza.

  • L’attenzione non può recepire tutte le informazioni virtuali ma solo una parte di esse, ed allora si avvale di una selezione predefinita dall’alto (dall’autorità).
  • Quando le informazioni provengono dalla realtà, non sono quindi virtualizzate, la selezione avviene secondo meccanismi biologici pressoché spontanei.

 


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