Writer e street artista non sono la stessa cosa

 
 
Leggo sulla pagina social della sindaca di Roma Virginia Raggi il seguente stato:
 
“Centinaia di bombolette spray, migliaia di adesivi, funi, estintori, corde, lucchetti, sei telefoni cellulari, computer, pennelli, rulli e secchi di vernice.
Si tratta del materiale che il Nucleo Ambiente e Decoro della nostra Polizia Locale ha sequestrato al writer romano noto come “Geco” che, insieme all’assessore Linda Meleo, avevamo già denunciato per aver deturpato diversi edifici della nostra città.
Grazie al lavoro del Nad, e a un anno di indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Roma, i nostri agenti sono riusciti a identificare il writer.
I magistrati hanno poi disposto perquisizioni domiciliari e nei mezzi a sua disposizione.
Era considerato imprendibile, ma ora Geco è stato identificato e denunciato.
Ha imbrattato centinaia di muri e palazzi a Roma e in altre città europee, che vanno ripuliti con i soldi dei cittadini.
Una storia non più tollerabile.”
 
Non ho mai amato questo stile di discussione sulle questioni dell’arte, non riesco a tollerare un primo cittadino che consegna alla gogna mediatica un writer (che chi l’ha detto debba essere un artista?) dandogli dell’imbrattatore senza riserve.
Questo modo di relazionare (e generalizzare) sembra riproporsi a cadenza regolare nelle amministrazioni comunali italiche.
Ho ancora viva la memoria di quello che successe a Cagliari qualche anno fa, quando il writer (non l’artista) Pole, venne, con la stessa modalità di Geco a Roma, consegnato alla gogna pubblica dei social per delle tag su delle panchine del Poetto, l’allora sindaco Massimo Zedda l’etichettò come un “nemico del Poetto”.
Possibile che la vulgata, sia ancora nel 2020, così poco alfabetizzata rispetto alle problematiche dell’arte, da non riuscire a scindere tra writer e street artista?
Artisti come Manu Invisible o Iabo riescono a coniugare i due generi, ma non è detto che uno street artista sia un writer e viceversa.
Un writer e uno street artista hanno in comune soltanto lo scenario in cui operano e mostrano il loro “lavoro” al pubblico, la strada, presentare i due generi linguistici come strettamente connessi equivale a confondere una veduta paesaggistica con un ritratto o un quadro astratto con uno figurativo, certo impera l’ignoranza diffusa e generalizzata per la quale pochi sanno distinguere un Pollock da un Mondrian (imbarazzante) e Pinuccio Sciola lo si considera soltanto uno che tagliava le pietre con una smerigliatrice, per questo trovo spot e generalizzazioni mass mediatiche sulle problematiche linguistiche dell’arte pericolose.
L’arte non ha mai avuto un valore assoluto, il valore dei linguaggio dell’arte è sempre stato nella didattica, quante volte ho sentito dire che Manu Invisible non era un artista da chi ha fermato la storia dell’arte a Caravaggio?
Quante volte ho sentito dire che per i suoi tag sui cavalcavia avrebbe dovuto pagare lo spazio promozionale pubblicitario?
Taggare (firmare con stile per i non addetti ai lavori) è sempre vandalico?
Perché?
Chi l’ha detto?
Dipende dal dove, dal quando e su quale supporto.
La tag è una firma, una ricerca di stile e d’identità assoluta, un qualcosa di potenzialmente infinito ma caratterizzante, un territorio dove la grafologia si fonde con la semiotica dell’arte, dove la lettera diventa immagine simbolica sovente indecifrabile, tutto questo va debellato senza riserve e senza comprenderlo nel nome della Street Art pubblica dal retaggio muralista della propaganda fascista?
Direi che sarebbe il caso d’essere sul tema un tantino più seri e smetterla di vendere la testa del writer nel nome della legalità, un writer è un vandalo in un’unica occasione, quando distrugge o offende la memoria e la cultura del luogo che abita, altrimenti si tratta di una entità individualmente poetica e politica, che cerca nello spazio comune della strada, di definire il proprio sé attraverso una firma.
Il writer ha bisogno di Maestri e figure di riferimento che operino nella strada, proprio come Manu Invisble a Cagliari.
Il writer in prima battuta non è mosso da istanze commerciali, quello è lo street artista, notevolmente alfabetizzato rispetto alle problematiche dell’arte contemporanea, il writer è mosso dall’istinto, non è un vandalo, va educato a tradurre il suo gesto istintivo in arte e non demonizzato, non è eversivo un gesto creativo, è qualcosa da elevare.
A Cagliari questo delicatissimo ruolo lo svolgono anche in maniera consapevole artisti altamente formati come Manu Invisible, il writer lo si educa con l’educazione all’arte in questo sono nodali i Licei Artistici e le Accademie di Belle Arti.
Cosa voglio dire?
Che i muri e le città delle principali aree metropolitane Italiane, andrebbero consegnati a Licei ed Accademie per alfabetizzare collettivamente e connettivamente la comunità, accendendo i riflettori una volta per tutte, sull’importanza semiotica del segno sul muro, non ci si può consegnare esclusivamente al brand elevato a esempio, non tutti possono capire il linguaggio di Manu Invisible senza adeguata preparazione artistica, per questo servirebbe consegnare i linguaggi dell’arte di strada al luogo che istituzionalmente li può educare, ossia Licei e Accademie, non servono Nuclei speciali Ambiente e Decoro, non servono neanche le Associazioni se sono chiamate a sostituire le istituzioni.
Tutto questo per ricordarci, che Cagliari al momento, è l’unica città metropolitana occidentale priva di un’Accademia di Belle Arti, sarà forse colpa delle Associazioni?
 
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