Zuckerberg vs Ocasio-Cortez

Zuckerberg vs Ocasio-Cortez

Lo scontro al congresso USA fra il fondatore di Facebook e l’AOC rappresenta un interessante spunto di riflessioni sul -pessimo- stato delle nostre democrazie.

Uno stato confermato sia dallo strapotere del padrone di una piattaforma privata che da solo può incidere pesantemente sui risultati delle elezioni dei paesi occidentali, sia da quello che la congresswoman AOC vorrebbe opporgli come argine, cioè il fact-cheking.

Il dibattito è stato nettamente vinto dalla Ocasio-Cortez con ottimi argomenti, che celano però altrettante problematiche.
Vediamo i limiti e i pregi delle due visioni intorno a cos’è la democrazia, cos’è la realtà e qual è (o quale dovrebbe essere) il ruolo dei social per i due avversari.

Zuckerberg

Secondo il padrone di Facebook (e Instagram, e Whatsapp, non dimentichiamolo) esistono due filtri utilizzati dalle sue piattaforme contro l’abuso ideologico delle stesse: gli algoritmi contro l’hate-speech/terrorismo e la consulenza di neonate aziende specializzate nel debunking.

Se gli algoritmi contro l’hate speech sono sotto attacco su più fronti, perché l’algoritmo non comprende l’ironia e la satira (chiudendo così pagine satariche o goliardiche), e non è neutrale quanto Zuckerberg vorrebbe far intendere, in quanto è tarato sugli interessi economici dell’azienda e degli stati che l’appoggiano, come ha recentemente dimostrato la censura dei post pro-curdi voluta dall’esecutivo Erdogan, che l’ha posta a Facebook come condizione per poter operare sul mercato turco (130 milioni di utenti, contro i 40 milioni circa di curdi).

Le agenzie di consulenza sul debunking, caldamente consigliate (diciamo pure imposte) a Z. dai governi occidentali dopo lo scandalo Cambridge Analityca e le vittorie di Trump e della Brexit, sono altrettanto problematiche: il loro ruolo infatti è controllare le dichiarazioni dei politici postate sui social, e non le inserzioni a pagamento, che sono esentate da tale vaglio.

Il fondatore di fb difende tale scelte sostenendo che l’algoritmo è impersonale, quindi non ideologico né corruttibile, e che è diritto degli utenti farsi un’idea delle varie proposte politiche in assoluta libertà di coscienza, senza team che vagliano a monte le proposte politiche per separare quelle “buone” da quelle “cattive”.

L’argomentazione di Z. fonde quindi due ideologie opposte eppure compresenti nel mondo del web: il mito dell’algoritmo imparziale ed incorruttibile e quello della libertà del web contro ogni genere di censura da parte di governi, ONG, associazioni, ecc due ideologie ormai talmente screditate (anche grazie a come le ha messe in pratica lui) da essere facilmente demolibili.

Ocasio-Cortez

Ocasio-Ortez punta il dito contro le ipocrisie e la mentalità aziendalista di Z, dimostrando facilmente come Facebook pur essendo una piattaforma privata, oramai svolge un ruolo chiave nel processo democratico occidentale, e deve quindi prendersi le proprie responsabilità, il che significa essere controllato da enti terzi che ne garantiscano la trasparenza.

Cosa propone l’AOC?

Una maggiore inclusività nell’elaborazione degli algoritmi (non l’ha proposto ieri, ma qualche mese fa in separata sede) che devono essere programmati da team composti da ogni tipo di gender, minoranza etnico-religiosa, ecc dato oggi questi sono elaborati da team a maggioranza bianca-maschile-etero-middle class, e l’affidare il controllo dei post dei politici al rigoroso fact-cheking effettuato dai debunker per poter essere approvati.

Entrambe le proposte hanno pregi e difetti, i primi ovviamente esaltati e i secondi taciuti dall’AOC.

Vediamoli insieme. I pregi di una maggiore inclusività nell’elaborazione degli algoritmi implicano una maggiore sensibilità verso le posizioni minoritarie, e una netta diminuzione di possibili conflitti causati dall’offesa (involontaria o meno) di una fazione verso l’altra.

Il problema è che ogni fazione, etnia, religione, ideologia politica ecc ha le sue chiusure e intolleranze, e il sommarle porterebbe ad una drastica diminuzione della libertà di parola e di pensiero.

Facciamo un esempio paradossale per comprenderci: secondo vegani e antispecisti, chi mangia carne compie un atto moralmente criminale verso esseri viventi innocenti, equiparabile al cannibalismo e alla tortura (in quanto gli animali vanno imprigionati e macellati prima di essere mangiati).

Un algoritmo che tenesse conto delle loro posizioni, vieterebbe la pubblicazioni di piatti contenenti carne, pubblicità di bistecche o sagre della salsiccia, ecc in quanto post che incitano all’odio e alla violenza.

Perchè questo non accade?

Perché le posizioni di questi due gruppi vengono ritenute talmente estremistiche e minoritarie da non poter essere imposte alla collettività, ma questa è una scelta culturale-politica, cioè arbitrio basato su rapporti di forza, non una verità oggettiva: la transfobia è punita come reato, eppure i/le trans sono lo 0,1% della popolazione, mentre vegani/vegetariani/antispecisti a seconda dei paesi variano dal 2% al 10% della popolazione.

Il fact-cheking ha come vantaggi il ricondurre la politica e il politico sotto il controllo di un ente indipendente, chiamato a verificarne le dichiarazione, e di riportare al centro del dibattito pubblico il problema della verità e della realtà, accantonato dopo 30 anni di infinite discussioni sulla realtà come scontro di narrazioni differenti, tutte ugualmente valide perché disancorate da qualsiasi prova empirica.

Il problema è che il fact-cheking è una visione molto riduttiva della realtà e del ruolo dell’intellettuale-debunker nell’accertarla: il fact-cheking infatti si limita a riportare a dati certificati da enti pubblici, giornali, associazioni, ecc il dibattito pubblico, non occupandosi minimanete se questi dati sono manipolati alla fonte, sono interpretati ideologicamente per dimostrare tesi o difendere interessi dell’istituzione che li pubblica, ecc per fare un esempio subito comprensibile, il debunker censurerebbe ogni post che ricollega l’italica eversione rossa e nera ai servizi segreti deviati o a potenze estere, poiché nessun ente statale (magistratura, servizi segreti, ecc) per ovvi motivi ha prodotto documenti che certifichino tale lettura, che invece è diventata buon senso comune grazie a storici, giornalisti d’inchiesta, terroristi pentiti, ecc che hanno messo in discussione la verità narrata da istituzioni, partiti politici e giornali mainstream.

Il debunker quindi sarebbe (e di fatto, già è) il certificatore che la realtà è ciò che le istituzioni narrano sia.

L’altro problema, affrontato dall’AOC ieri, è che il debunker non è una sorta di essere astratto e imparziale, ma un essere umano mosso da interessi economici, politici, religiosi, ecc., L’AOC ha fatto l’esempio di una società di debunking collegata al suprematismo bianco che Fb ha accreditato per vagliare i post.

Ovviamente per l’AOC questo è qualcosa d’inconcepibile perché l’azienda in questione è di un’ideologia avversa alla sua, ma ha taciuto sul fatto che molte aziende di debunking accreditate da fb (e dalle quali lei fa vagliare i suoi post) siano invece fondate/finanziate/orientate da partiti più rispettabili, siano essi di destra o di sinistra… l’ideologia che sembrava buttata fuori dalla porta, ritorna di soppiatto dalla finestra.

L’altro problema posto dalle aziende di debunker, è insito nel nome: sono aziende.

Agiscono per profitto economico, stabiliscono partnership con terzi, hanno finanziatori e azionisti, ecc la mentalità privatistico-aziendale che l’AOC contesta a Z non viene messa in discussione, viene messo in discussione come Z la traduce nella pratica.

Per paradosso, l’AOC conferma che gli unici enti che possono controllare lo strapotere di un’azienda privata sul dibattito pubblico, sono altre aziende private.

Federico Leo Renzi

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