Tutti giù per terra, a guardare il mondo da sotto in su. Vanni Cuoghi ci fa lo sgambetto per darci l’opportunità di adottare un altro punto di vista, inedito, sulla realtà. L’abbandono dello sguardo antropocentrico, dall’alto, ci spalanca un nuovo mondo o, meglio, ci riporta a quello dimenticato dell’infanzia, risvegliando il senso di meraviglia per il quotidiano che la razionalità adulta sembra avere offuscato e che possiamo ritrovare solo nei giochi dei bambini, nella finzione del teatro, nell’ironia, nel sovvertimento della logica e quindi nell’arte come ambito libero di immaginazione. Basta un cambio di scala oppure l’associazione di due oggetti tra loro estranei per creare dei luoghi immaginari e (im)possibili: «Ho sempre dipinto tutto ciò che avrei voluto vedere e che mancava al Mondo». E infatti Cuoghi mette letteralmente in scena la pittura: realizza bozzetti e teatrini all’italiana costruendo, con un’attitudine surrealista e divergente, erede dello sguardo di Bruno Munari, delle vere e proprie scenografie fatte di frammenti, citazioni dalla storia dell’arte e figure che, nelle piccole dimensioni, evocano la spazialità del teatro barocco. Apparentemente leziosi, questi diorami – e analogamente le carte e i dipinti – sono canovacci in cerca di autori che, ispirati dai dettagli, si cimentino nell’improvvisare storie capaci di trasformare l’ordinario in straordinario e risvegliare la meraviglia che, per Cuoghi, è il fine ultimo dell’arte. E lo fa anche qui, ingrandendo delle tavole dipinte che diventano le quinte di una scena in cui noi, resi di conseguenza piccolissimi come lillipuziani, siamo immersi in un paesaggio ipertrofico dove l’orto domestico può trasformarsi in una foresta che dobbiamo attraversare per prendere il treno. Una pittura che fa ancora i conti con la realtà ma, mettendola in scena, ne riscatta la mediocrità grazie alla sua capacità di suscitare lo stupore originario – la meraviglia, appunto – che manifesta il lato inaspettato, inusuale, sorprendente e abitualmente non visibile di ciò che già conosciamo.
Rossella Moratto
La frase virgolettata è di Vanni Cuoghi
Appunti per la (ri)costruzione di un nuovo paesaggio, ovvero:
La messa in scena della Pittura.
È iniziato tutto diversi anni fa quando, durante le passeggiate serali nel mio quartiere, mi capitava di rimanere incantato, davanti in queste “scenografie” inconsapevoli: cataste di mobili smontati che attendevano il ritiro da parte dell’ AMSA (nel migliore dei casi).
Erano piccoli Merzbau che mi raccontavano molte storie.
“Vogliamo che la strada entri nella casa…” si augurava Umberto Boccioni, beh qui accadeva il contrario: poltrone, divani, interi armadi smontati, letti, lavatrici scendevano sul ciglio del marciapiede, questo diventava scena e ogni passante un possibile attore.
Io ero l’unico spettatore per cui si compiva il grande spettacolo.
Ho pensato che, se ci avessi messo dei soldatini, sarebbero stati luoghi di battaglie epiche fantastiche. Poi ho immaginato di dipingere questi paesaggi. Ho iniziato a prendere appunti e a fare delle fotografie con lo smartphone.
In studio ricreai quei mondi in miniatura e, dopo aver ritagliato delle quinte fatte con immagini strappate dalle riviste, le incollai su cartoncino e le posi sulla tastiera del Mac.
Lo schermo acceso diventò il fondale e il riflesso della lampada da tavolo una luna. Una tragica notte mi apparve in pochi centimetri quadrati. Bastò dipingere una ragazza in attesa, seduta sul bordo del mio computer e il gioco del teatro era fatto…
Quando studiavo scenografia realizzavo il bozzetto che sarebbe poi divenuto scena. Lo spazio, nell’essere agito, diventava anche vissuto.
Adesso faccio il contrario: realizzo (sulla scrivania) la scena, la compongo con quinte di cartone ritagliate e poi la rappresento pittoricamente su tela.
Il moto del gambero è diventato un modo diverso di agire e immaginare.
Ho sempre dipinto tutto ciò che avrei voluto vedere e che mancava al Mondo. Se una cosa non esiste… me la fabbrico.
Mi piace l’idea romantica che la Pittura faccia ancora i conti con la rappresentazione della realtà. Si tratta di capire che “tipo” di realtà e in che modo. Credo che “la mossa del cavallo “ sia la strada percorribile e la scena di un teatro l’unica a cui far riferimento.
Questi paesaggi dipinti sono (stati) reali come dei piccoli presepi. L’invenzione è nella messa in scena, non nella rappresentazione. Mi piace ricreare un paesaggio effimero che dura il click di uno scatto fotografico e prolungare , nel tempo, il ricordo di ciò che è stato con la Pittura.
Non è forse nato così il Mito?
Non è ciò che è avvenuto, ma le modalità con cui è ricordato che lo rendono eterno.
Vanni Cuoghi